Il kebab come cartina di tornasole sociale

Dopo la mia settimana a Berlino, dove ho scoperto la civiltà del döner kebab e la sua storia, ho rivalutato un prodotto apparentemente semplice, popolare, persino un po’ negletto. Basti pensare alle parole della premier Giorgia Meloni, che ironizzava sul fatto che i “radical chic” mangiano kebab. Una battuta che sembra raccontare poco della realtà italiana.kebab, döner kebab, Berlino, Milano, Roma, ristorazione popolare, street food, società contemporanea, prezzi, economia reale, convivialità, vino italiano, McDonald’s, cultura gastronomica, food culture

Rossini e la civiltà dei gatti

Nel cuore di Rovigo, città appartata, discreta, quasi marginale nel grande racconto delle città italiane, è accaduto qualcosa di raro che l’ha fatta diventare famosa in Patria. Un gatto extracomunitario, rosso di pelo, è diventato simbolo di una comunità. L’hanno chiamato Rossini.

Calderara, la luce e il silenzio

C’è un modo profondo di conoscere un artista: ricostruire il percorso, le svolte, le ragioni intime. La mostra dedicata ad Antonio Calderara alla Fondazione Marcello Morandini è decisamente così. Per chi ama il Lago d’Orta, Calderara non è un nome qualsiasi. L

Pombia, dove la birra nasce due volte

C’è un piccolo paese in provincia di Pombia che sta provando a fare qualcosa di grande.
Non una semplice festa. Non l’ennesima etichetta artigianale. Ma un progetto che unisce archeologia, agricoltura, identità e futuro. E tutto è iniziato da un barattolino di terracotta.

La Venere Storta

In un museo polacco, a Cracovia, mi sono fermato davanti a un dipinto che mi ha lasciato disorientato. Il cartellino lo identificava come Venere vincitrice, attribuita a Michele di Jacopo Tosini, pittore fiorentino del pieno Cinquecento. Eppure, davanti a quella figura, la parola “Venere” mi sembrava inadeguata: una donna a mezzo busto coi i seni scoperti, ma uno quasi frontale, l’altro di profilo. Il corpo ruotato, la testa ancora leggermente girata. Uno sfasamento sottile, ma percettibile. E uno sguardo che, più lo osservavo, meno riuscivo a definire.

La Banalità del Bene

Cracovia. Visitare la Fabbrica di Oskar Schindler significa entrare in un luogo dove la storia non è mai astratta. È concreta, tangibile, affollata. Sì, affollata: il museo è frequentatissimo, segno evidente di un successo straordinario nonostante – o forse proprio per – la durezza dei temi affrontati.

Liz

Sono stato ospite a casa di Liz, nella periferia di Dublino, zona piccolo borghese-proletaria per capirci; sono stato lì per alcuni giorni. Liz cucinava per noi la colazione e la cena, con un certo impegno, nonostante fosse una signora vedova con due figli già grandicelli di cui non ho ben capito che lavoro facciano né quali orari di vita seguano. Ognuno nella casa: noi due prof italiani, Liz e i due figli… mangiava ad orari diversi.

Dal mare alla cucina: le alghe protagoniste

All’Istituto “Erminio Maggia” di Stresa si è svolta una lezione-degustazione dedicata a un ingrediente ancora poco esplorato nella cucina italiana: le alghe marine. Ospite dell’incontro è stata Kelpeat, rappresentata da Luca Cerruti, uno dei proprietari del marchio, che ha guidato gli studenti in un viaggio tra storia, sostenibilità e sperimentazione gastronomica.

La Dormiente

Ogni volta che torno a Valletta (e sono sei volte) mi fermo affascinato davanti alla Dormiente custodita al Museo Nazionale di Archeologia, e non sono il solo ad esserlo.  E’ infatti un oblò, un pozzo, un  buco che ci collega al passato e che ci parla con una lingua che non comprendiamo appieno. La figura femminile è distesa, il braccio ripiegato sotto la testa, il corpo che sembra abbandonarsi a un sonno, forse eterno? Questa statuetta, scoperta nel Ħal Saflieni Hypogeum e datata all’incirca al 3300 a.C., non è una “Venere” nel senso convenzionale del termine, ma un simbolo piccolo ma potente, sospeso tra vita, morte e rinascita.

Quadri di un’Esposizione Cinque (e basta)

L’ultimo quadro su cui mi sono soffermato – o meglio, su cui ho continuato a pensare anche dopo – è arrivato quasi di straforo. Subito dopo ho dovuto correre dietro ai ragazzi, attraversare altre sale velocemente, guardare altre opere senza davvero vederle. Ma questo dipinto è rimasto lì, a lavorarmi dentro con calma.

Quadri di un’Esposizione Quattro

Questo quadro mi ha colpito in un’altra sala, sempre mentre controllavo che i ragazzi non facessero danni, non urlassero, non urtassero nulla di irreparabile. Una vigilanza distratta, più educativa che estetica. E invece, quasi di lato, mi sono imbattuto in The Temptation of Saint Anthony, di Domenicus van Wijnen, datato intorno al 1680.

Quadri di un’Esposizione Tre

Il terzo quadro su cui mi sono soffermato è, in realtà, un quadro che conoscevo già. Ed è per questo che mi ha attirato. Si intitola Vase of Flowers with an Ear of Corn, di Rachel Ruysch. In basso a sinistra c’è una improbabile pannocchia di granturco.

Quadri di un’Esposizione Due

Il dipinto rappresenta una festa. Un matrimonio contadino, a quanto dice la didascalia. L’ho scoperto lì per lì, perché a colpo d’occhio non ho visto nessuna sposa evidente, nessuna figura centrale che tenesse insieme la scena. Tutto sembrava sparpagliato, confuso, rumoroso. Una confusione dipinta.