Difficile Essere Vegani

Essere vegani oggi non significa semplicemente entrare in un supermercato, prendere un hamburger vegetale dallo scaffale e metterlo nel carrello. Per chi sceglie di eliminare o ridurre il consumo di prodotti di origine animale per ragioni etiche, ambientali o di benessere animale, la questione è più complessa. Non basta sapere cosa si mangia: bisogna anche sapere chi lo produce.

Negli ultimi anni il mercato delle alternative vegetali alla carne e ai latticini è cresciuto rapidamente. Hamburger a base di proteine vegetali, bevande vegetali, affettati senza carne, yogurt e formaggi vegetali sono ormai presenti in quasi tutti i supermercati. Questa crescita ha attirato investimenti e acquisizioni da parte di grandi gruppi alimentari, compresi alcuni tra i principali protagonisti delle filiere della carne e del latte.

È il caso di Amadori, storico gruppo italiano specializzato nella produzione avicola, che nel 2026 ha acquisito Unconventional, marchio italiano di prodotti plant-based nato all’interno del gruppo Granarolo. L’operazione ha permesso ad Amadori di entrare stabilmente tra i principali operatori del settore delle proteine vegetali in Italia, rafforzando la propria strategia di protein company, cioè di azienda capace di offrire sia proteine animali sia vegetali.

Questa evoluzione pone una domanda interessante: acquistare un prodotto vegetale significa sempre sostenere un modello produttivo alternativo agli allevamenti? La risposta non è scontata. Molti dei marchi che propongono alimenti plant-based appartengono infatti a gruppi che continuano a operare anche nella produzione di carne o di latticini. In alcuni casi si tratta di aziende che hanno deciso di diversificare il proprio business; in altri, di grandi multinazionali che vedono nelle proteine vegetali un nuovo segmento di mercato da presidiare.

I principali operatori del plant-based in Italia

Il mercato italiano vede la presenza di diverse categorie di aziende.

Specialisti del vegetale

Valsoia rappresenta il caso più noto. Nata e cresciuta nel settore delle alternative vegetali, non opera nella produzione di carne o di latte di origine animale. Una posizione simile è quella di Kioene, marchio che ha costruito la propria identità sulle proteine vegetali.

Anche Beyond Meat e Quorn sono aziende focalizzate esclusivamente sulle alternative vegetali o comunque non direttamente coinvolte nelle filiere zootecniche tradizionali.

Gruppi alimentari con attività nei latticini

Nestlé, attraverso il marchio Garden Gourmet, è uno dei protagonisti internazionali del settore plant-based. Tuttavia il gruppo svizzero mantiene una presenza importante nel mercato lattiero-caseario e in numerose altre categorie alimentari.

Anche Granarolo, prima della vendita di Unconventional ad Amadori, aveva scelto di sviluppare una propria linea vegetale pur restando uno dei principali gruppi lattiero-caseari italiani.

Gruppi alimentari con attività nella carne

Amadori rappresenta oggi uno degli esempi più evidenti di integrazione tra proteine animali e vegetali. L’azienda continua a essere uno dei maggiori produttori italiani di carne avicola, ma investe contemporaneamente nel comparto plant-based.

A livello internazionale un caso ancora più significativo è quello di JBS, il più grande produttore mondiale di carne, che negli ultimi anni ha investito pesantemente anche nelle alternative vegetali attraverso acquisizioni e partecipazioni in aziende del settore.

Una questione etica prima ancora che alimentare

Per una parte del mondo vegano questa situazione rappresenta un problema. Se la scelta vegana nasce dall’opposizione agli allevamenti intensivi, acquistare prodotti di proprietà di gruppi che continuano a investire nelle filiere animali può apparire una contraddizione.

Altri consumatori, invece, ritengono che la diffusione di prodotti vegetali da parte dei grandi gruppi alimentari sia comunque positiva. Se aziende che per decenni hanno vissuto di carne o latticini investono nel vegetale, significa che il mercato sta cambiando e che cresce la domanda di alternative.

Probabilmente entrambe le posizioni contengono una parte di verità.

Le principali associazioni vegane internazionali, come The Vegan Society, tendono ad assumere una posizione pragmatica. L’obiettivo prioritario è aumentare la disponibilità e il consumo di prodotti privi di ingredienti animali. All’interno del movimento vegano esiste però anche una corrente che invita a guardare non soltanto al prodotto finale ma anche alla proprietà dei marchi e alla destinazione dei profitti. È il principio sintetizzato dall’espressione “follow the money”: seguire il denaro per capire quali modelli produttivi si stanno realmente sostenendo.

La difficoltà di essere coerenti

Personalmente considero la scelta vegana una scelta rispettabile e, per molti aspetti, condivisibile, soprattutto quando nasce come risposta agli eccessi dell’allevamento intensivo. Le immagini e le pratiche associate a certi modelli industriali di produzione animale pongono interrogativi etici che non possono essere ignorati.

Allo stesso tempo tendo ad avere una visione più sfumata della questione. Non tutto ciò che riguarda la produzione animale è uguale. Ho conosciuto allevatori di montagna che lavorano con poche decine di capi, produttori caseari che mantengono un rapporto diretto con gli animali e con il territorio, realtà che rappresentano un presidio economico e culturale di aree altrimenti destinate allo spopolamento.

In questi contesti faccio fatica a formulare le stesse critiche che rivolgerei a un grande allevamento industriale. Lo stesso vale per la produzione lattiero-casearia tradizionale di molte vallate alpine e appenniniche, dove il benessere animale e la sostenibilità del sistema produttivo possono essere molto diversi rispetto a quelli delle grandi filiere industriali.

Paradossalmente, trovo persino più comprensibile il consumo di carne proveniente dalla caccia regolamentata rispetto a quello derivante da alcune forme di allevamento intensivo, perché almeno in quel caso l’animale ha vissuto in libertà fino al momento dell’abbattimento.

Naturalmente non esistono scelte perfette. Viviamo in sistemi economici complessi e ogni acquisto produce effetti che spesso non sono immediatamente visibili. Tuttavia, conoscere le filiere produttive, sapere chi controlla i marchi e comprendere come vengono realizzati i prodotti che consumiamo permette di compiere scelte più consapevoli.

Non si tratta necessariamente di individuare una risposta giusta per tutti, ma di avere le informazioni necessarie per costruire una coerenza personale tra i propri valori e i propri comportamenti quotidiani. Perché, alla fine, la vera differenza non la fa soltanto ciò che mangiamo, ma la consapevolezza con cui scegliamo di farlo.

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