L’Invidia per chi non mette radici

Ci sono persone che sembrano vivere come se il mondo intero fosse casa loro. Non turisti. Nemmeno viaggiatori. Piuttosto vagabondi, nel senso più antico e meno offensivo del termine. Persone che passano un’estate in Spagna, un inverno nel Nord America, qualche mese in Asia, poi raccolgono frutta in Australia, fanno piccoli lavori artigianali, servono ai tavoli, raccolgono olive e ripartono. Ne avrò incontrate tre o quattro nella mia vita. Non molte. Abbastanza, però, da convincermi che esistono davvero.

Da ragazzo mi capitava più spesso. Dormendo negli ostelli o frequentando con il sacco a pelo le città d’arte, si finiva inevitabilmente per condividere una stanza, uno spazio con qualcuno che viveva così. Raccontavano – o inventavano? – un’esistenza fatta di occupazioni provvisorie, lavori stagionali, spostamenti continui. Nessun programma preciso. Nessuna carriera. Nessuna intenzione di mettere radici.

Poi sono diventato adulto. Lavoro, mutuo, figli, responsabilità. La mia vita si è lentamente organizzata attorno ai pilastri della rispettabilissima esistenza borghese. Da allora figure del genere le ho incontrate molto più raramente. Ogni tanto qualche amico mi racconta di averne conosciuta una, oppure me la presenta oppure sono i loro figli che cercano altrove una meta, magari passando alcuni anni “vagabondando” qua e là. Sono sempre uguali, almeno nell’impressione che lasciano: sembrano muoversi nel mondo con una leggerezza che noi abbiamo dimenticato. Ed è questa leggerezza che mi affascina. Ma è anche quella che mi lascia perplesso.

Perché non si tratta quasi mai di artisti, di scrittori o di esploratori. Non sono neppure pellegrini nel senso religioso del termine. Non cercano Dio. Non cercano il Nirvana. Spesso non sembrano cercare nemmeno se stessi. E forse è proprio questo che mi spiazza. Semplicemente si spostano. Lavorano qualche mese, mettono insieme il denaro necessario, cambiano luogo prima che quel luogo possa diventare una casa. Quello che colpisce è che la precarietà non appare come una disgrazia. È una scelta. Anzi, sembra essere proprio il prezzo pagato per non essere trattenuti da nulla.

Mi domando spesso se questa libertà sia reale oppure soltanto apparente. Qualche volta mi viene perfino da chiedermi se dietro quella libertà non ci sia una sicurezza economica familiare che rende possibile scegliere la precarietà. Naturalmente non è sempre così, ma il dubbio ogni tanto mi accompagna.

Anche la letteratura, curiosamente, non è così univoca nel celebrarla senza riserve. In L’insostenibile leggerezza dell’essere, Milan Kundera costruisce proprio attorno a questa idea uno dei romanzi più importanti del Novecento. Sabina fugge continuamente: città, amori, Paesi, identità. È pittrice, e l’arte rappresenta il filo invisibile che tiene insieme la sua vita errante. Ma quella leggerezza non coincide con la felicità. Significa anche incapacità di appartenere, impossibilità di fermarsi, perdita continua. Kundera suggerisce che una vita senza peso rischia di diventare inconsistente quanto una vita schiacciata dal peso delle responsabilità.

È un’ambivalenza che ritrovo ogni volta che incontro uno di questi nomadi contemporanei. Da una parte provo una sottile invidia. Li guardo e penso alla quantità di cose che possiedono in meno rispetto a me: meno oggetti, meno obblighi, meno appuntamenti, meno paure di perdere qualcosa. Dall’altra mi chiedo cosa succeda quando arriva la sera. Quando il lavoro stagionale finisce. Quando non c’è più una festa, un ostello, una spiaggia o una vendemmia a riempire il tempo. Perché, a differenza di Sabina, queste persone non sembrano avere un progetto che dia forma ai loro spostamenti. Non scrivono libri. Non dipingono quadri. Non costruiscono un’opera. Semplicemente continuano ad andare. Forse è proprio questo che mi disorienta.

Noi siamo abituati a raccontare il viaggio come un percorso: si parte, si cerca qualcosa, si ritorna trasformati. È la struttura dell’Odissea, dei pellegrinaggi medievali, dei romanzi di formazione. Il vagabondo contemporaneo, invece, sembra aver abolito la meta. Cammina perché camminare basta. Eppure la domanda rimane. Che senso ha? O il senso è il fatto stesso di farlo? Non lo so, davvero non lo so.

So soltanto che quelle poche persone incontrate lungo la strada continuano a tornarmi in mente. Forse perché incarnano una possibilità che la maggior parte di noi ha escluso molto presto dalla propria vita. Io per primo. O forse perché ci ricordano qualcosa di molto più antico.

Bruce Chatwin era convinto che il nomadismo fosse una caratteristica originaria della nostra specie, quasi una memoria biologica più che una semplice scelta culturale. È un’idea che attraversa tutta Le vie dei canti e che continua ad affascinarmi, anche se non sono sicuro di condividerla fino in fondo.

Forse il punto non è scegliere tra il mutuo e lo zaino. Forse il punto è non perdere del tutto quella disponibilità a uscire di casa senza sapere esattamente dove si arriverà. Perché ogni tanto, nella vita, anche chi resta fermo ha bisogno di ricordarsi che il mondo è più grande del proprio orizzonte.

E, ogni tanto, anche di chiedersi se avrebbe potuto vivere in un altro modo.

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