Da Aurano alla Valsesia, viaggio sentimentale tra i massi erratici
Ci sono luoghi che ci attirano senza che sappiamo spiegare davvero il perché. Per me sono i boschi di faggio, le chiese medievali e anche i massi erratici. Lo so, detta così può sembrare una cosa bizzarra. Eppure ogni volta che mi trovo davanti a uno di questi giganti di pietra provo la stessa sensazione: il desiderio di fermarmi, toccarli, girarci attorno, cercare di capire quali storie abbiano visto passare.
Forse è per la loro natura di viaggiatori. Sono rocce nate decine di chilometri più a nord, strappate alle montagne dai ghiacciai e trasportate fin qui ventimila anni fa. Forse è perché sembrano fuori posto, come se qualcuno le avesse depositate apposta in mezzo a un bosco o su una collina. Oppure perché, per secoli, gli uomini hanno cercato di spiegare la loro presenza con leggende di giganti, santi, streghe e demoni.
So soltanto che ogni volta che ne incontro uno finisco per fermarmi più del previsto. Non sono il solo. Poco più di dieci anni fa anche la Regione Piemonte decise di fermarsi a osservare questi colossi di pietra. Attraverso il Museo Regionale di Scienze Naturali promosse uno dei più importanti censimenti italiani dedicati ai massi erratici, confluito nel volume Massi erratici. Singolari testimonianze glaciali nel paesaggio piemontese. Un lavoro enorme che coinvolse studiosi, amministrazioni locali, associazioni e Pro Loco, chiamate spesso a segnalare massi conosciuti dagli abitanti ma assenti dalle carte e dagli studi scientifici.
Ne emerse un patrimonio sorprendente, distribuito soprattutto nel Piemonte settentrionale: dal Verbano alla Valsesia, dal Novarese al Canavese, fino alle vallate alpine del Torinese e del Cuneese. Del resto furono queste le terre percorse dai grandi ghiacciai che, ritirandosi alla fine dell’ultima era glaciale, lasciarono dietro di sé questi monumenti naturali.
Ogni masso racconta una storia diversa. Alcuni parlano di geologia, altri di religione, altri ancora di superstizioni e memorie popolari.
Mi succede ancora oggi quando raggiungo il Masso di Roncaccio, ad Aurano, sulle alture che dominano il Lago Maggiore. Non è un caso che la Regione Piemonte lo abbia scelto per la copertina del volume dedicato ai massi erratici. È una pietra monumentale, immersa in uno dei paesaggi più spettacolari del Verbano. Da lassù lo sguardo corre verso il lago, ma inevitabilmente torna sempre su quel gigante lasciato dal ghiacciaio del Toce migliaia di anni fa.
Ma se il Masso di Roncaccio rappresenta la geologia, altri massi raccontano qualcosa di ancora più affascinante: il rapporto tra le comunità e il mistero. Penso ai massi coppellati di Omegna, dove la pietra conserva ancora oggi incisioni, vaschette e cavità che gli archeologi chiamano coppelle. Nessuno sa con certezza quale fosse la loro funzione originaria. Raccolta dell’acqua? Riti religiosi? Cerimonie propiziatorie? Le ipotesi sono molte e il fascino nasce proprio da questa incertezza.
Quando si osservano quelle piccole cavità scavate nella roccia si ha la sensazione di trovarsi davanti a un messaggio proveniente da un mondo scomparso. Qualcuno, migliaia di anni fa, si è preso il tempo di incidere la pietra. E oggi noi continuiamo a interrogarci sul significato di quei gesti.
Lo stesso accade percorrendo il sentiero megalitico di Montecrestese, in Ossola. Qui il paesaggio sembra uscito da una pagina di Tolkien. Boschi, antichi muri a secco, massi scolpiti e strutture litiche accompagnano il cammino creando un’atmosfera che oscilla continuamente tra archeologia e leggenda. È uno di quei luoghi in cui la distinzione tra realtà e immaginazione perde importanza. Si cammina e basta, lasciandosi guidare dalla sensazione che le pietre abbiano ancora qualcosa da raccontare.
Una sensazione molto simile si prova anche in Valsesia, raggiungendo il santuario della Madonna delle Pietre Grosse, nel territorio di Piode. Qui il ghiacciaio ha lasciato un impressionante accumulo di enormi massi erratici che nel corso dei secoli hanno dato vita a una sorta di labirinto naturale. I blocchi si accavallano gli uni sugli altri formando passaggi, anfratti e corridoi che alimentano da sempre l’immaginazione dei visitatori. Non sorprende che proprio in mezzo a questo caos di pietra sia sorto un luogo di devozione. Il Santuario sembra quasi dialogare con il paesaggio circostante, come se la spiritualità popolare avesse riconosciuto in quel labirinto minerale qualcosa di speciale. Ancora oggi, camminando tra quei massi, è difficile sottrarsi alla sensazione di trovarsi in un luogo sospeso tra geologia e mito.
E poi c’è lei, la Preja da Scalavè di Suno, nel Novarese. Ogni volta che ci penso mi torna in mente una giornata di molti anni fa. Erano gli anni in cui si andava per cantine ed agriturismi. Ricordo una compagnia allegra e ricordo soprattutto una libagione piuttosto generosa. Quanto bastava perché la successiva visita alla Preja da Scalavè assumesse contorni decisamente meno scientifici. Il masso era lì da migliaia di anni, immobile e impassibile. Noi, invece, decisamente meno stabili. Qualcuno scivolò, qualcun altro tentò improbabili scalate, tutti ridevano. La pietra, probabilmente, osservava la scena con la pazienza di chi ha già visto passare glaciazioni, eserciti, contadini, pellegrini e generazioni intere di esseri umani convinti di essere molto importanti. Ripensandoci oggi, mi sembra quasi che quella risata collettiva facesse parte della lunga storia del masso. Anche lui, a modo suo, era entrato nella memoria di una comunità.
Persino i massi hanno infatti una biografia. Alcuni sono diventati luoghi di culto, altri rifugi per pastori, altri ancora punti di osservazione o mete escursionistiche. Alcuni sono sopravvissuti per millenni; altri, come la celebre Pietra Papale di Stresa, sono stati distrutti dall’uomo e oggi sopravvivono soltanto nelle fotografie e nei ricordi. Forse è proprio questo il motivo affascinano. Non sono soltanto rocce. Sono custodi di storie. Oggetti apparentemente immobili che in realtà raccontano viaggi lunghi migliaia di anni. Attorno a loro si sono celebrati riti, sono nate leggende, si sono costruiti santuari, sentieri e tradizioni. In un mondo che cambia continuamente, queste pietre continuano a fare quello che fanno da ventimila anni: restare ferme. Aspettando il prossimo viaggiatore disposto ad ascoltare le loro storie.