Oggi sono andato ad Asti. Viaggio in auto un po’ noioso, pranzo all’agriturismoCa’ da Pinot e poi l’obiettivo della giornata: visitare la mostra Paolo Conte Original a Palazzo Mazzetti.






Asti mi suscita sempre una curiosità strana, quasi ambigua. A volte, attraversandola, sembra una città sospesa, quasi addormentata: una sala d’aspetto di un dentista. Poi basta capitarci nei giorni giusti – per esempio durante il Palio di Asti o la Duja d’or o il Festival delle Sagre con la sua incredibile Sfilata… ecco la città si accende di una vitalità travolgente. È silenziosa ed improvvisamente è esplosiva. Mi piace tornarci anche per Palazzo Mazzetti, e le sue mostre, e per il Museo Paleontologico Territoriale dell’Astigiano, che considero un vero e proprio binocolo rivolto al passato, su ere lontanissime.
Ma questa volta il centro era Paolo Conte. Musicista astigiano (nato ad Asti e residente in zona) di fama europea – e probabilmente mondiale – Conte non è solo autore di canzoni iconiche, ma anche coltivatore silenzioso di una passione visiva: la grafica. Non è un pittore nel senso accademico del termine. È un grafico: matita, chine, tempere leggere. Piccoli formati, cartoni, nessuna monumentalità. Eppure, in quei lavori minuti, c’è una libertà sorprendente.
I disegni hanno qualcosa di jazzistico: sembrano improvvisazioni, ma sotto si avverte una cultura solidissima. Traspare una conoscenza profonda delle avanguardie storiche del Novecento – cubismo, futurismo, echi surrealisti – non come citazione didascalica, ma come atmosfera assorbita e restituita con naturalezza. Raccontano storie, ma lo fanno per allusioni, per lampi, per frammenti.
Per capire queste grafiche bisogna per me tornare al giovane ragazzo di provincia del dopoguerra. Un ragazzo che scopre il jazz, quando la cultura americana era stata a lungo filtrata e ostacolata. L’incontro con quella musica rappresenta una rivelazione: una finestra su un mondo più ampio, più libero, più sensuale.
Ed è qui che emerge un primo aspetto fondamentale: la nostalgia della Parigi degli anni Venti e della Belle Époque, luogo mitico dell’arte e della contaminazione musicale, spazio di libertà creativa, di caffè fumosi, di pianoforti, fisarmoniche, contrabbassi… e notti interminabili. Nei disegni di Paolo Conte si avverte questa tensione verso una Parigi sognata più che vissuta, una capitale simbolica dove pittura, poesia e jazz si intrecciano in un clima di febbrile eleganza.
Il secondo aspetto è la fascinazione per un immaginario fatto di sensualità, esotismo e dandysmo. Figure stilizzate, posture teatrali, atmosfere sospese: tutto rimanda a un mondo cosmopolita e raffinato, a una koinè culturale multietnica e multilinguistica che, per un giovane provinciale uscito dalla guerra, doveva apparire come un paradiso possibile. Non è semplice citazione estetica: è un sogno di appartenenza, un desiderio di eleganza e libertà.
I suoi disegni, come le sue canzoni, non si impongono spiegandosi. Suggeriscono. Evocano. A volte sono criptici, altre volte sorprendentemente esplicativi. Forse questa mostra andrebbe vista due volte: la prima lasciandosi guidare solo dall’impressione poetica, la seconda con una guida (c’è) imparando i rimandi biografici, le connessioni tra musica e segno, tra jazz e tratto grafico. Poesia e prosa, appunto. Un po’ come le sue canzoni.