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Di Carola Mangialardo
Mercoledì scorso ho pranzato con Riccardo da Paulon, in centro a Stresa. Un pranzo veloce, al termine delle lezioni. Come spesso accade quando si mangia con calma e senza fretta, la conversazione ha preso strade impreviste. Tra un argomento e l’altro siamo finiti a parlare di Enrico VIII, la cui statuetta troneggiava sul ripiano più alto di una mensola.
Riccardo mi aveva già chiesto qualche informazione su questo re famoso per aver avuto sei mogli e per averne mandate due al patibolo. Ma quel giorno la sua curiosità sembrava quasi un’ossessione, alimentata da una serie di coincidenze che continuavano a tirare in ballo quella figura che lui ha definito un “l’orco”.
Per me, però, un orco è un personaggio delle fiabe: quello di Pollicino, o magari lo Shrek dei cartoni animati. Non avevo mai pensato seriamente a Enrico VIII come a un orco.
Nella mia immaginazione è sempre stato soprattutto l’uomo dello scisma con Roma, il sovrano che ruppe con la Chiesa cattolica e fondò la Chiesa d’Inghilterra. Ma è anche il padre della donna rinascimentale che più ammiro: Elisabetta I, la celebre Virgin Queen.
Nel suo articolo Riccardo si era soffermato soprattutto su due aspetti: la malattia del re — la gotta — e l’idea che nessuna donna potesse sottrarsi al fascino del sovrano, volente o nolente. Due osservazioni che mi hanno fatto riflettere e che meritano forse un approfondimento.
Le fonti mediche del XVI secolo sono limitate, ma molti storici e medici moderni ritengono che Enrico VIII soffrisse non solo di gotta, ma anche di diabete di tipo 2.
La gotta, all’epoca, era addirittura chiamata “la malattia dei re”. Paradossalmente non era considerata una disgrazia, ma quasi uno status symbol. Era il segno di uno stile di vita privilegiato: banchetti abbondanti, carne in quantità, selvaggina, vino e birra. In altre parole, tutti quei lussi che solo i più ricchi potevano permettersi.
Si tratta però di una forma di artrite estremamente dolorosa, causata dall’accumulo di acido urico nelle articolazioni. Colpisce soprattutto piedi e caviglie, rendendo il movimento difficile e spesso insopportabile.
Le cronache raccontano che il sovrano inglese soffrisse terribilmente di dolori alle gambe e alle articolazioni, tanto da essere progressivamente limitato nei movimenti.
Negli ultimi anni della sua vita il problema fu aggravato da una grave obesità. Il re arrivò a pesare circa 182 chili, con un girovita di oltre 130 centimetri — condizioni che oggi verrebbero immediatamente associate al diabete.
Il diabete potrebbe anche spiegare uno dei problemi più noti della sua salute: le terribili ulcere alla gamba che non riuscirono mai a guarire completamente dopo un incidente avvenuto nel 1536 durante un torneo cavalleresco.
Durante la giostra Enrico VIII cadde da cavallo e batté violentemente la testa, rimanendo incosciente per circa due ore. Molti storici ritengono che quell’incidente provocò un trauma cranico con danni permanenti al lobo frontale.
Se questa ipotesi fosse corretta, spiegherebbe anche la trasformazione psicologica del sovrano: il giovane re brillante e affascinante dei primi anni di regno si trasformò progressivamente in un uomo paranoico, irascibile e imprevedibile.
La ferita alla gamba, nel frattempo, non guarì mai del tutto. Si trasformò in un’ulcera cronica, soggetta a infezioni purulente e maleodoranti. Le cronache parlano di ferite aperte che venivano periodicamente cauterizzate con ferri roventi, con esiti dolorosi e spesso inutili.
Secondo alcuni resoconti, l’odore delle ulcere era così forte da sentirsi a diverse stanze di distanza. Gli ambasciatori stranieri, raccontano le testimonianze, si avvicinavano al volto fazzoletti profumati quando erano ricevuti dal sovrano.
Una teoria più recente ha ipotizzato anche una rara malattia genetica, la sindrome di McLeod, che potrebbe spiegare sia il progressivo declino mentale del re sia i numerosi aborti subiti dalle sue mogli.
Perché non bisogna dimenticare che il compito fondamentale di un sovrano del XVI secolo era uno solo: generare un erede maschio.
Eppure il giovane Enrico VIII sembrava destinato a incarnare l’ideale perfetto del principe rinascimentale.
Figlio di Enrico VII e Elisabetta di York, era inizialmente il secondogenito della famiglia reale. Salì al trono quasi per caso, dopo la morte prematura del fratello maggiore Arthur Tudor, quando aveva appena diciassette anni.
All’epoca era considerato il golden boy dell’Europa rinascimentale.
Era alto quasi un metro e novanta, una statura straordinaria per il XVI secolo. Aveva spalle larghe, vita stretta, capelli ramati e un volto chiaro e luminoso. Gli ambasciatori stranieri lodavano le sue gambe atletiche e le mani forti, segni evidenti della sua passione per gli sport.
Parlava latino, francese, italiano e spagnolo. Era un musicista competente, compose poesie e canzoni e nutriva un vivo interesse per la teologia e per le scienze.
Un ambasciatore veneziano lo descrisse come “il sovrano più bello su cui avesse mai posato gli occhi”.
La corte dei Tudor, nei primi anni del suo regno, era un luogo di feste continue. Balli, tornei, masquerades, spettacoli. Il re adorava divertirsi, dimostrare la propria superiorità fisica e intellettuale.
Era però anche estremamente competitivo. Doveva eccellere in tutto: nella lotta, nella giostra, nel tennis. Non sopportava la sconfitta e la sua determinazione spesso sfiorava l’ossessione.
Con il tempo questa personalità energica si trasformò in qualcosa di molto più oscuro.
Il punto di svolta fu probabilmente proprio l’incidente del 1536. Da quel momento il declino fisico e mentale del sovrano fu rapido.
Enrico VIII morì a 55 anni. Il suo regno è ricordato per la nascita della Chiesa anglicana, per il rafforzamento della marina inglese e per i profondi tumulti religiosi e politici che segnarono l’Inghilterra del XVI secolo.
Ma la sua fama popolare resta legata soprattutto a un altro elemento: i suoi sei matrimoni.
Le sue mogli furono Caterina d’Aragona, Anna Bolena, Jane Seymour, Anna di Cleves, Catherine Howard e Catherine Parr.
Due furono giustiziate, una morì di parto, una vide il matrimonio annullato e solo l’ultima sopravvisse al sovrano.
Provare a immaginare la vita di queste donne significa entrare in una corte dominata dalla paura. Alcune furono spinte al matrimonio da famiglie ambiziose, altre furono semplicemente oggetto del desiderio del re.
Rifiutare un sovrano, naturalmente, non era un’opzione.
Negli ultimi decenni della sua vita Enrico VIII era ormai gravemente obeso, sofferente e tormentato da ferite infette. Le cronache descrivono ulcere purulente che emanavano un odore nauseante.
È difficile non chiedersi quale fosse la realtà quotidiana di quelle donne, costrette a condividere la vita — e il letto — con un uomo malato, irascibile e imprevedibile.
Anna di Cleves, ad esempio, commentò apertamente l’odore della ferita del re. Un affronto devastante per l’ego smisurato del sovrano, che portò rapidamente all’annullamento del matrimonio.
Catherine Howard, poco più che adolescente quando fu data in sposa al re, trovò consolazione nella relazione con Thomas Culpeper — una scelta che le costò la vita.
Solo Catherine Parr riuscì a sopravvivere al matrimonio con il sovrano. Più che una regina, fu una badante,
un’infermiera: si prese cura delle ferite del marito e sopportò i suoi violenti sbalzi d’umore con una pazienza straordinaria.
Immaginare l’atmosfera della corte negli ultimi anni del regno di Enrico VIII significa immaginare un luogo dominato dal timore. Anche solo accennare alla fragilità della salute del re poteva essere interpretato come tradimento.
Perché a corte, nel XVI secolo, anche un pensiero poteva costare la testa.