La politica parla di spacciatori. Ma perché ci droghiamo?

Il dibattito politico contemporaneo sembra nutrirsi di un tema che ritorna ciclicamente: la droga. Se ne parla molto, ma in modo curioso e parziale. Non si parla quasi mai della droga in sé, né delle ragioni profonde per cui così tante persone la consumano. Si parla soprattutto degli spacciatori. Come se nel dibattito sull’alcolismo si parlasse sempre e solo degli enotecari, dei baristi, dei negozianti…

Nel racconto dominante poi questi spacciatori hanno spesso un volto preciso: giovani extracomunitari, con o senza permesso di soggiorno, italiani o meno. È una narrazione che si inserisce perfettamente nella retorica della destra sui cosiddetti “maranza”, dipinti come individui che sfruttano il traffico di droga per fare soldi, rovinando al tempo stesso la vita di poveri giovani italiani.

Questo racconto fotografa certamente una parte della realtà. Ma solo una parte.

La domanda che raramente viene posta nel dibattito pubblico è molto più semplice e, allo stesso tempo, molto più scomoda: perché così tante persone si drogano? Qualche decennio fa questa domanda era al centro della discussione. Si discuteva animatamente delle cause sociali della tossicodipendenza. Si parlava di integrazione, di disagio giovanile, di esclusione sociale. Il tema entrava anche nel dibattito politico e culturale. C’erano figure e esperienze che animavano il confronto. Da un lato il modello delle comunità di recupero, come quello di San Patrignano di Vincenzo Muccioli, dall’altro una riflessione più politica, spesso proveniente dalla sinistra, secondo cui molte delle dipendenze erano anche il prodotto delle disuguaglianze economiche e sociali. L’idea era che, riducendo quelle disuguaglianze, molte delle “sovrastrutture” del disagio – tra cui l’uso di droghe – sarebbero progressivamente scomparse o almeno diminuite. Insomma, si discuteva seriamente del perché ci si drogasse.

Oggi, invece, la discussione sembra essersi spostata quasi esclusivamente sull’ultimo anello della catena: lo spacciatore di strada. In Italia come negli USA, almeno sembra. Ma la questione è molto più complessa. Se esiste un mercato così vasto è perché esiste una domanda altrettanto grande. E se esiste una domanda, qualcuno deve anche produrre e distribuire la droga. Dietro lo spaccio minuto ci sono organizzazioni molto più strutturate: chi produce la sostanza, chi la traffica su scala internazionale, chi la distribuisce all’ingrosso prima che arrivi nelle mani dei piccoli spacciatori. Questo aspetto un tempo era al centro delle indagini giudiziarie e del dibattito pubblico. Ai tempi delle inchieste di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino si scoprì, per esempio, che la Sicilia era diventata una straordinaria raffineria di eroina. Le guerre tra famiglie mafiose erano spesso legate proprio al controllo di questo traffico.

Oggi la scena globale è cambiata ma il meccanismo è lo stesso. In Messico si uccide il capo di una banda che commercializza fentanyl e si annuncia di aver inflitto un colpo decisivo al problema. Si rassicura l’opinione pubblica: ecco, il responsabile è stato preso. Ma il fentanyl continua ad arrivare. E se non sarà più quello, sarà un’altra sostanza. La storia del traffico di droga dimostra che ogni vuoto viene rapidamente riempito. Il punto è che il problema non si esaurisce arrestando uno spacciatore o individuando un capro espiatorio. Anche immaginando – per assurdo – di arrestare tutti gli spacciatori extracomunitari presenti in Italia e di rimandarli nei loro paesi d’origine, il problema resterebbe. Sarebbe un’operazione costosissima, giuridicamente complicata e probabilmente inefficace. Molti non hanno documenti, alcuni paesi non accettano i rimpatri, altri tornerebbero semplicemente indietro dopo poco tempo. Ma soprattutto, finché esisterà la domanda, qualcuno troverà sempre il modo di soddisfarla.

Il dibattito politico contemporaneo sembra invece concentrarsi su un solo frammento della realtà, trasformandolo in uno strumento di propaganda elettorale. Parlare degli spacciatori è semplice, immediato, produce consenso. Molto più difficile è affrontare le domande di fondo. Perché così tante persone cercano nelle droghe una via di fuga? Quali condizioni sociali, culturali e psicologiche alimentano questo fenomeno? E chi controlla davvero i grandi flussi economici che stanno dietro al narcotraffico?

Finché queste domande resteranno ai margini del dibattito pubblico, continueremo a discutere del sintomo senza affrontare la malattia.

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