Il mio articolo “Fentanyl al cioccolato” ha avuto un enorme successo di letture e, inevitabilmente, ha attirato anche parecchie critiche. La più ricorrente è stata questa: “Bastava leggere il prezzo prima di comprarlo.” Oppure: “Se ti lamenti di 3,50 euro per un gelato sei un barbone“. Confesso che questa obiezione mi ha fatto sorridere. Davvero uno che trova eccessivo pagare 67 euro al chilo un gelato industriale diventa automaticamente un barbone?
Certo, il prezzo era esposto. Piccolo, come spesso accade nei grill autostradali. Bisogna fermarsi a cercarlo. Ma il punto è un altro. Quando uno entra in un bar e ordina un caffè, quante persone chiedono prima il prezzo? Quando prende una bottiglietta d’acqua, un panino o un etto di prosciutto, quanti si mettono a fare il conto del prezzo al chilo prima di decidere? Nella maggior parte dei casi ci si affida all’idea di un prezzo “ragionevole”. Solo dopo, eventualmente, ci si rende conto di aver pagato molto più del previsto.
Per il gelato è successo esattamente questo. L’ho comprato d’impulso, come milioni di persone fanno ogni giorno con una tavoletta di cioccolato, una bibita o le caramelle sistemate strategicamente accanto alla cassa del supermercato. Esiste perfino un nome per questo fenomeno: acquisto d’impulso. E chi organizza gli spazi di vendita lo sa benissimo.
Per questo non credo che la questione sia la mia presunta disattenzione. La domanda vera è un’altra: è normale vendere 52 grammi di gelato industriale, per quanto buono e firmato, a un prezzo che equivale a 67 euro al chilo? Il mio articolo voleva semplicemente invitare a riflettere su questo. Non chiedeva sconti, non pretendeva rimborsi e non sosteneva che qualcuno fosse stato truffato. Faceva notare un prezzo che, una volta rapportato al peso, appare oggettivamente molto elevato.
Una cosa, però, mi ha colpito più del prezzo del gelato: il tono di alcune reazioni. Invece di discutere il tema, qualcuno ha preferito discutere la persona. Mi sono persino chiesto, con un sorriso, se certi commentatori fossero al soldo di chi produce o vende gelati. Naturalmente è una battuta: non lo penso davvero. La spiegazione più plausibile è un’altra. Sui social sembra sempre più diffusa l’abitudine di esprimere giudizi trancianti dall’alto di una presunta superiorità morale. Qualunque sia l’argomento, c’è sempre qualcuno pronto a spiegarti che sei stato ingenuo, che avresti dovuto pensarci prima, che la colpa è tua.
È un atteggiamento che trovo curioso. Se una persona entra in un bar del centro di Roma e scopre che il caffè costa molto più di quanto immaginasse, può anche commentare che il prezzo è eccessivo senza che nessuno gli dia del pezzente. Se compra un etto di prosciutto e solo dopo si accorge che costa 80 euro al chilo, può stupirsi senza essere accusato di non aver letto il cartellino. Perché dovrebbe essere diverso per un gelato? La mia impressione è che molti abbiano preferito discutere della mia presunta distrazione invece che affrontare la questione di fondo: il prezzo. Eppure era proprio quello il tema dell’articolo.
Se poi qualcuno ritiene che 67 euro al chilo siano un prezzo del tutto normale per un gelato industriale, è liberissimo di pensarlo. Sarebbe stato interessante leggere le ragioni di questa opinione.
Gli insulti, invece, non aggiungono nulla alla discussione. Raccontano soltanto il clima in cui, troppo spesso, si svolge il dibattito sui social.