La birra di Pombia: da Flavia Plumbia a Virtis

C’è qualcosa di intrigante quando l’archeologia smette di essere soltanto materia da museo e torna a vivere dentro un bicchiere. È quello che è successo a Pombia, dove nei giorni scorsi è stata presentata la rinnovata “birra di Pombia”, progetto che unisce ricerca storica, cultura materiale e produzione brassicola contemporanea.

In realtà questa birra non è una novità assoluta: già anni fa era stata prodotta una prima versione e avevo avuto modo di assaggiarla grazie a una collaborazione della mia scuola durante una cena dedicata agli abbinamenti fra cibo e birra. Oggi il progetto ritorna con nuova energia grazie all’impegno della Pro Loco di Pombia APS guidata dal giovane e attivissimo presidente Emanuele Grazioli, riportando al centro una scoperta davvero incredibile: quella dei residui di cereali fermentati ritrovati in un antico recipiente della cultura di Golasecca, scoperta che ha portato molti studiosi a parlare della più antica testimonianza brassicola dell’Europa occidentale.

La degustazione è stata una piacevole sorpresa. Nel bicchiere si presenta come una birra rossa dai profumi intensi e complessi. Al naso emergono subito sentori che ricordano alcune rauchbier: note affumicate, un tocco di torba. Eppure non risulta mai aggressiva o pesante. Anzi, anche chi normalmente non ama le birre dominate da questi aromi potrebbe trovarla estremamente piacevole e ben equilibrata.

La vera sorpresa arriva però in bocca. Vista l’intensità olfattiva mi aspettavo una birra molto più corposa, quasi “masticabile”. Invece la bevuta è snella, con un equilibrio molto interessante fra dolcezza iniziale, amaro del luppolo e una bella vena acida che dona freschezza e invoglia immediatamente al sorso successivo. Una birra che riesce a essere evocativa senza diventare storica e dunque eccessiva per il nostro gusto moderno. Una scelta. 

Va dato merito alla Pro Loco di Pombia per aver creduto in un progetto così particolare. Non è soltanto un’operazione nostalgica o folkloristica: qui c’è il tentativo concreto di trasformare una scoperta archeologica in racconto collettivo, in identità territoriale, in esperienza culturale condivisa: Pro Loco, scuola di agraria Cavallini di Lesa, imprenditori brassicoli. Ed è forse proprio questo l’aspetto più interessante dell’intera iniziativa.

Molto bello anche il gadget realizzato per l’evento: una riproduzione, in dimensioni più grandi, del celebre recipiente nel quale vennero trovati i residui che hanno dato origine a tutta la ricerca sulla birra di Pombia. Un oggetto semplice, ma capace di creare immediatamente un legame fra passato e presente.

Alla fine resta soprattutto una sensazione: quella di aver bevuto non solo una buona birra, ma anche una storia. E non capita così spesso.

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