Oggi sono andato ad Abbiategrasso per “Per Terra Trema”, una manifestazione nata da un’idea di Luigi Veronelli e che oggi continua senza di lui, organizzando eventi legati al vino naturale, ai vignaioli, agli agricoltori e gira spesso nei centri sociali del Nord Italia.
Siamo stati in un piccolo centro sociale chiamato Folletto 25603, nome carino, ricavato in un vecchio casello ferroviario dismesso, occupato anni fa da un gruppo di ragazzi che oggi sono diventati uomini adulti. “Siamo alla quarta generazione”, ci ha detto un giovane fotografo.
Il centro si trova a ridosso di un quartiere popolare, una periferia che mostra chiaramente molte difficoltà sociali: basta guardare l’immondizia sparsa nel parco o le persone che vivono queste realtà marginali, spesso senza nemmeno parlare italiano.
Eppure il Folletto prova a fare qualcosa di diverso. Cerca di creare un ponte tra il quartiere e la cittadinanza, di mettere le persone in contatto, di superare le diffidenze. Invece di alimentare divisioni e odio, tenta di costruire condivisione e comunità, una comunità trasversale che unisce persone con esperienze e vite molto diverse. È un lavoro difficile, ma importante.
Il posto è molto carino, anche se molto più piccolo rispetto ai centri sociali a cui ero abituato. Abbiamo assaggiato un paio di vini, comprato qualche bottiglia e poi siamo tornati indietro.




Mi fa piacere conoscere realtà come queste perché, al di là delle posizioni politiche che ognuno può avere, restano luoghi di aggregazione e di grande creatività. Mi spiace vedere come oggi la politica tenda spesso a demonizzarli e a volerli chiudere. Secondo me è un errore, che rischieremo di pagare con ulteriore marginalizzazione e con uno scontro sempre più duro tra chi predica la “remigrazione” e persone che ormai vivono qui da anni, che non hanno più nulla a che fare con i Paesi d’origine e che si troveranno senza un posto nel mondo, odiandoci. Realtà come queste non sono tutta la soluzione, ma possono rappresentarne almeno una parte.
Anche i vini erano interessanti, soprattutto per l’idea del “prezzo sorgente”, proposta anni fa da Veronelli: il produttore dichiara direttamente il prezzo a cui vende il vino, per evitare ricarichi eccessivi e tutta quella mistificazione che spesso circonda il vino stesso. Un prodotto che dovrebbe essere espressione di un territorio e di un lavoro autentico rischia invece di trasformarsi in un oggetto di marketing, una sorta di griffe appiccicata sopra cose magari prodotte dall’altra parte del mondo o dalla grande industria. Altro che agricoltori!