Ogni estate mi concedo almeno un viaggio a Caorle, dove la mia famiglia ha da anni un piccolo appartamento vicino alla spiaggia. Un rito personale, una piccola fuga verso il mare che, negli anni, è cambiata insieme alle mie abitudini. Un tempo affrontavo quei chilometri in automobile, magari dividendo le spese con amici. Oggi, complici il costo del gasolio e il piacere di osservare il mondo da una prospettiva diversa, scelgo quasi sempre i mezzi pubblici.
La combinazione è ormai collaudata. Da Arona raggiungo Milano, con il vantaggio non trascurabile del parcheggio gratuito che il Comune mette a disposizione vicino alla stazione: una piccola attenzione per la collettività che merita di essere riconosciuta. Grazie Arona! Poi metropolitana fino a Lampugnano, FlixBus per Mestre e, infine, autobus di linea fino a Caorle passando per San Donà di Piave. Con un po’ di pazienza e scegliendo le offerte giuste si può viaggiare spendendo davvero poco: otto, nove, undici euro per la tratta principale, più il biglietto ferroviario e quello dell’autobus veneto. Una cifra che rende il viaggio competitivo perfino rispetto al treno.
Ma il vero motivo per cui vale la pena scegliere il pullman non è il risparmio. È l’umanità che ci si incontra dentro.
L’autobus è uno spaccato dell’Italia, dell’Europa e del mondo molto più realistico di quanto possa esserlo un’autostrada, anche se le fermate in autogrill regalano sprazzi di mondo. Ancora più dell’auto e perfino del treno, il pullman raccoglie una tribù eterogenea: famiglie del Nord Europa in vacanza con bambini, giovani asiatici che viaggiano con valigie enormi, studenti, lavoratori, pensionati, immigrati, qualche personaggio pittoresco e inevitabilmente anche qualche balordo. Gli autisti, nella maggior parte dei casi, arrivano dai Paesi dell’Est europeo, a testimonianza di quanto il settore dei trasporti dipenda ormai da lavoratori stranieri.
È un osservatorio privilegiato sulla società contemporanea.
Peccato che l’Italia, spesso, non sembri avere grande rispetto per chi sceglie di viaggiare in autobus. La stazione di Lampugnano, a Milano, rappresenta forse l’esempio più evidente. Appena si esce dalla metropolitana l’impressione è desolante: sporcizia, odore di urina negli angoli, pochissime sedute, una sala d’attesa piccola e buia, un bar interno caro e di qualità discutibile. Le mosche che ronzano nella sala d’aspetto sono quasi il simbolo di un degrado diffuso. Fortunatamente, poco più avanti, nella galleria commerciale, c’è un bar decisamente migliore, dove conviene fermarsi prima della partenza.
La presenza della Polizia Locale e degli addetti alla sicurezza privata offre un minimo di tranquillità, ma l’impressione generale rimane negativa. E viene spontaneo chiedersi quale immagine dell’Italia si portino a casa quei tanti turisti stranieri che transitano da qui. Molti sono asiatici, altri arrivano dal Nord Europa: non sono necessariamente viaggiatori con pochi mezzi, anzi, domani potrebbero tornare come turisti di fascia alta. Il primo biglietto da visita che offriamo loro, però, è una stazione degli autobus trascurata e poco accogliente.
Se Milano delude, Mestre riesce addirittura a fare peggio. L’area dedicata ai FlixBus consiste sostanzialmente in un lungo marciapiede stretto dove convivono autobus in arrivo, mezzi in partenza e passeggeri in attesa. Si scende, si sale, ci si incrocia, ci si urta. Mancano indicazioni davvero chiare e bisogna spesso correre da un pullman all’altro per verificare il numero della corsa. Due autobus possono avere destinazioni inizialmente simili e poi dirigersi verso città completamente diverse: uno verso Torino, l’altro magari verso Ventimiglia. Pensi che basterebbe una distrazione per salire sul mezzo sbagliato. In realtà è impossibile. Ma l’ansia c’è sempre in quell’ammasso umano.
Eppure, in mezzo a questo caos, l’organizzazione di FlixBus funziona. Ho visto giovani operatori con tablet controllare rapidamente biglietti e documenti, aiutando gli autisti a ridurre i tempi di imbarco. Una macchina organizzativa efficiente che, paradossalmente, opera in infrastrutture inadeguate come quella di Mestre.
Poi, improvvisamente, il viaggio cambia volto. Arrivati a San Donà di Piave ci si trova davanti a una stazione degli autobus moderna, luminosa, ordinata. Sedute comode, tabelloni elettronici, distributori automatici, aria condizionata. Una struttura essenziale ma progettata pensando davvero ai viaggiatori. Vorrei che i veneti guidassero l’Italia. Anche la stazione degli autobus di Caorle è infatti gradevole, funzionale e ben inserita nel contesto urbano. È come attraversare un confine invisibile: dopo il disordine delle grandi città si entra in un mondo dove il trasporto pubblico appare finalmente rispettato.
E naturalmente ci sono i passeggeri. Ogni viaggio regala piccoli episodi che raccontano molto del nostro Paese. Una volta ho assistito a una discussione accesissima su un autobus veneto. Una signora, visibilmente irritata, protestava perché il pullman aveva effettuato una fermata aggiuntiva e temeva di perdere la coincidenza. L’autista, con pazienza sempre più ridotta, continuava a spiegare che aveva semplicemente eseguito le disposizioni ricevute dall’azienda. La conversazione è degenerata rapidamente fino a uno scambio di sonori “vaffa” reciproci. Una scena quasi comica, che raccontava però due visioni opposte del mondo: da una parte chi vorrebbe un universo perfettamente ordinato, dove gli orari non cambiano mai; dall’altra chi deve fare i conti con la realtà, gli imprevisti e le decisioni prese da altri.
In un’altra occasione il protagonista è stato invece un giovane dall’aria da “maranza”, tatuaggi ovunque e nessuna fretta di risalire sul pullman dopo una sosta. Mentre tutti aspettavano, lui si prendeva con calma il tempo necessario per finire la sigaretta, ignorando completamente il disagio provocato agli altri passeggeri. Alla fine anche l’autista, esasperato, lo ha mandato letteralmente a quel paese. Difficile dargli torto. Più che una questione di educazione, era l’ennesima dimostrazione di quanto per qualcuno il bene collettivo semplicemente non esista.
Forse è proprio questo il fascino del viaggio in autobus. Non è soltanto un mezzo di trasporto economico. È un osservatorio sociale in movimento. Ogni fermata racconta qualcosa del territorio, ogni passeggero porta con sé una storia, ogni stazione riflette il modo in cui una città considera chi la attraversa.
Alla fine si arriva a Caorle magari un po’ stanchi, ma con la sensazione di aver visto un pezzo d’Italia autentica. Quella fatta di contraddizioni, improvvisazione, efficienze sorprendenti e degradi incomprensibili. Un’Italia che, osservata dal finestrino di un pullman, racconta molto più di quanto possano fare centinaia di chilometri percorsi in automobile.









