Le streghe e la memoria

Ho letto il resoconto della dodicesima edizione delle Streghe della Valle Antigorio, la manifestazione che ogni anno richiama migliaia di persone a Croveo, Ossola – Piemonte. Le immagini raccontano un paese splendidamente allestito, una grande partecipazione popolare, volontari appassionati, spettacoli, musica, laboratori, mercatini e momenti di convivialità. È evidente che dietro questa iniziativa ci siano mesi di lavoro e un forte attaccamento al territorio.

Va inoltre riconosciuto agli organizzatori il merito di non limitarsi all’aspetto spettacolare. Il programma comprende conferenze, incontri con studiosi e occasioni di approfondimento dedicate alla storia della stregoneria nelle valli ossolane, ai processi del Cinquecento e del Seicento e alle credenze popolari. C’è dunque la volontà di affiancare al folklore anche un percorso di conoscenza.

Eppure continuo a provare un certo disagio. Non sono mai stato a questa manifestazione e probabilmente non ci andrò. Non perché ne contesti la qualità organizzativa, ma perché faccio fatica a vivere come una festa ciò che richiama una pagina drammatica ed originale della storia europea.

La caccia alle streghe non fu una leggenda. Fu una stagione di paura, di fanatismo e di violenza, nella quale migliaia di persone vennero processate, torturate e, in molti casi, condannate a morte. Gli storici discutono ancora sui numeri: per lungo tempo si è parlato di centinaia di migliaia di vittime, mentre gli studi più recenti ridimensionano quelle stime, pur confermando che le persone coinvolte furono decine di migliaia. Ma il punto non è stabilire una cifra esatta. Anche una sola condanna inflitta a un innocente rappresenta una ferita della civiltà.

Nel corso dei secoli successivi la figura della strega è stata interpretata in modi molto diversi. C’è la lettura romantica che la immagina come una donna libera, depositaria di antichi saperi sulle erbe e sulla medicina popolare. C’è la visione illuminista, secondo la quale la stregoneria fu soprattutto il prodotto della superstizione e dell’ignoranza: cessata la caccia alle streghe, scomparvero anche le streghe. Esistono poi interpretazioni di carattere sociale ed economico, che leggono quei processi come strumenti di controllo delle comunità e delle donne, e altre ancora che chiamano in causa fattori ambientali e sanitari, come l’ergot della segale, capace di provocare allucinazioni in popolazioni già provate dalla fame e dalla miseria.

Sono spiegazioni diverse, talvolta anche complementari. Ma nessuna modifica il dato essenziale: uomini e (soprattutto) donne furono perseguitati sulla base di accuse prive di fondamento, costretti con la tortura a confessare colpe inesistenti e privati della dignità prima ancora che della vita.

È questo il punto che continua a interrogarmi. Mi domando dove passi il confine tra il doveroso recupero della memoria storica e la sua trasformazione in evento folkloristico. È una domanda, non una condanna. Anzi, forse proprio il successo della manifestazione dimostra quanto questo tema continui a suscitare interesse e quanto sia importante parlarne.

Tuttavia non riesco a liberarmi da una sensazione. Se la storia riguarda vittime innocenti, la forma con cui la raccontiamo non è mai neutrale. Alcune tragedie, con il trascorrere dei secoli, perdono la loro carica emotiva e vengono assorbite nel patrimonio delle tradizioni popolari. È un processo comprensibile. Ma vale comunque la pena chiedersi se tutto possa diventare una festa senza che qualcosa del suo significato originario vada perduto.

Forse è soltanto una mia sensibilità. Ma quando penso ai processi per stregoneria mi vengono in mente soprattutto persone umiliate, torturate e uccise perché considerate diverse o colpevoli di ciò che non erano. Mi ricordano, pur nelle enormi differenze storiche, altre vicende di persecuzione costruite sulla paura e sul bisogno di trovare un capro espiatorio, come quella degli untori narrata da Alessandro Manzoni.

Per questo credo che la vera eredità delle streghe non sia la magia, né il mistero. Sia piuttosto un monito contro il fanatismo, l’intolleranza e la facilità con cui una società può trasformare dei semplici esseri umani nei nemici da eliminare.

Se una manifestazione dedicata alle streghe riesce a trasmettere questo messaggio, allora il suo valore culturale va ben oltre il folklore. Se invece prevale soltanto il fascino dell’immaginario, il rischio è che la memoria delle vittime finisca lentamente in secondo piano.

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