

La buona cucina aiuta, aiuta a vivere meglio e ad essere più sereni. Ha virtù taumaturgiche, direi. Ci pensavo proprio martedì sera, mentre Eros, Davide e altri amici mi stavano strapazzando a bowling. Fra un “spare” e uno “strikes”, ricordavo la serata appena trascorsa a “Ristoranti Sotto le Stelle”, Villa Rusconi Clerici. Serata enogastronomia di alta qualità nell’offerta ma pessima nel servizio. Tanto pessima che per un attimo ho temuto che scoppiasse una rivolta generalizzata. Ma poi la buona cucina (e il buon prezzo dice Andrea) lo hanno evitato. Noi, confesso, siamo arrivati all’appuntamento in ritardo, credo fossero le 20,30: dovevamo aspettare Giulio e Gianrocco. Un’ora dopo l’apertura. Appena entrati ci hanno consegnato un bicchierone di ordinanza, un piatto in plastica trasparente con le posate incorporate e via, verso la prima fila, in mucchio, disordinati come gli italiani sanno fare. Nessuno capisce nulla e per un paio di minuti contemplo la sala: qualcuno è seduto, molti no: perché? La folla è tanta: o tavoli per tutti o per nessuno. Il nervosismo sale, nella fila cominciano a salire lamentele. Penso che stia per succedere qualcosa. Poi, tutto si sblocca: qualcuno si allontana, riesco a prendere un bicchiere di vino (cosa? Direi un nebbiolo). Bevo e vedo Andrea dall’altra parte della sala che mi fa segno: è riuscito ad impossessarsi di due piatti di Cervo nostrano in umido con polenta, cucinati da Ugo Facciola dell’Edelweiss di Crodo. Buono. Tradizionale ma buono. Ne mangio un altro piatto. Non riesco a muovermi di lì. Poi mi sposto a prendere ancora vino. I “seduti” sono circondati da centinaia di “in piedi”, i bidoni sono ricolmi di piatti sporchi. I tavoli sono pieni di piatti sporchi. Bevo e comincio a zigzagare nella sala, lungo i lati, dove ci sono le postazioni dei cuochi. Qualcosa mangio, in totale disordine: Il coregone tiepido in agrodolce del Milano di Pallanza (buono, anche se il peperone si faceva sentire più del pesce); la Torretta di lago con pane di Coimo (non male davvero); poi, gli Gnocchi all’ossolana del Divin Porcello di Masera (buoni, ma troppo “unami” nella salsa direbbero i giapponesi); ancora, i Ravioli con ripieno di patate cotte alla brace con ragù di selvaggina dell’Osteria3V di Gignese (Non male, ottima idea); non pago, Massimiliano mi porta da Adolfo del Chi Ghinn di Bée e lì assaggio, due volte, le Polpettine di cinghiale avvolte nella verza (ottime, a giudizio di molti, al top della serata); Andrea sbuca con il delicato piatto de Il Clandestino di Stresa (Franco è bravo, davvero bravo!): le Millefoglie di ricciola con pomodori verdi, salmoriglio di portulaca e croccante di segale alla bottarga. Basta, sono sazio e poi è impossibile avvicinarsi a tutte le postazioni, inoltre alcune, come quella de Il Piccolo Lago, avevano già finito da un pezzo. Nulla da fare. Riusciamo anche a sederci ad un tavolo ricoperto, stile piramide, di piatti, posate e bicchieri sporchi. Assaggiamo un po’ di dolci e gelati, notevoli; facciamo due chiacchiere con tanti amici trovati; beviamo ancora un po’ di vino e relativa acqua (per la polizia, ovvio) e poi cominciamo a riflettere ad alta voce: la serata è stato un successo e non un disastro, perché i cuochi hanno cucinato bene, la gente ha mangiato bene; il prezzo poi era ben al di sotto della proposta: e la gente capisce. Poi c’era pubblico giovane, giovanile, informale che non ha badato troppo alla forma (pessima, a mio giudizio). E ancora: vini buoni, casa Bava, e vedutona sul Lago Maggiore che da sola era molto (la villa è spesso affitta per cerimonie e matrimoni). Sì, bella serata nonostante tutto. E bella soprattutto questa terra dell’alto Piemonte (ma io ci metterei anche la Lombardia occidentale) così ricca di cuochi bravi e di ristoranti di qualità. A loro i miei complimenti!
Una rivolta mancata…
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