Di questa terribile vicenda di cronaca torinese, fra droga, morte e occultamento di un cadavere, mi colpiscono anche le reazioni di chi legge, i commenti e i post sui social. D’altra parte c’è materiale per un film di costume ispirato a Zola: una persona trans, uno spacciatore, un extracomunitario… quelli che vengono sbrigativamente chiamati “marginali”. Fra le persone coinvolte, però, c’è una professoressa di lettere. E per molti sembra essere proprio questo il particolare più sconvolgente: una professoressa! Di lettere, per giunta!
Non mi fa sorridere la vicenda, nella quale non c’è proprio niente da ridere. Mi fa sorridere amaramente l’aspettativa che emerge dai commenti: come se insegnare italiano e conoscere la letteratura costituissero una certificazione di bontà. Nessuno ha visto L’angelo azzurro, con la bella Marlene Dietrich? Insegna molto…
Che cosa immagina la gente, esattamente? Che una professoressa di lettere, finito di correggere i compiti, debba mettersi a fare la maglia? Che debba avere un solo uomo, abitudini irreprensibili e nessuna zona buia? E quanto pesa, in questo stupore, il fatto che sia una donna? Sembra che, insieme alla cattedra, le venga assegnato anche un modello di rispettabilità al quale conformarsi persino fuori dalla scuola.
A proposito di rispettabilità, mi torna in mente un episodio di tantissimi anni fa, quando mi preparavo a insegnare. Fra gli accertamenti sanitari obbligatori mi fecero fare quelli per la tubercolosi e per la sifilide. Chiesi al medico: «Ma perché proprio la sifilide?». Ricordo che mi rispose, in sostanza, che era un modo per valutare la moralità della persona. Una spiegazione che mi sembrò ottocentesca già allora: la moralità misurata con un esame del sangue! Come se un’infezione potesse certificare la condotta di qualcuno e un risultato negativo garantirne la virtù. Evidentemente l’idea che, per insegnare, si debba esibire anche una patente di rispettabilità viene da lontano.
Si cercano allora le testimonianze degli allievi: era precisa, preparata, brava a spiegare. Come se queste qualità dovessero rendere impossibile tutto il resto. Ma essere capaci nel proprio lavoro e comportarsi bene nella vita sono due cose che non coincidono necessariamente. Possono stare insieme, naturalmente. Non c’è però alcun automatismo.
Lo dico da insegnante: i professori sono esseri umani. Hanno pregi, difetti, fragilità, ombre e qualche luce. Qualcuno più luce, qualcuno parecchia ombra. Studiare e insegnare letteratura può offrire strumenti per comprendere gli altri, ma non garantisce che quegli strumenti vengano usati. Conoscere le pagine migliori dell’umanità non significa incarnarle.
E poi, da dove viene questa fiducia nella professione come garanzia di bontà? Josef Mengele era un medico e ad Auschwitz condusse esperimenti disumani sui prigionieri. Julius Streicher, il propagandista nazista condannato a Norimberga per crimini contro l’umanità, era stato maestro elementare. Sono esempi estremi e vicende diversissime da quella di cui stiamo parlando. Ma bastano a ricordarci che una laurea, un camice o una cattedra non ci mettono al riparo dalla malvagità. Studiare può aiutarci a diventare persone migliori. Non ci rende tali d’ufficio.
«Eh, però agli insegnanti affidiamo i nostri ragazzi». Certo. Ed è una responsabilità enorme, che comporta doveri precisi. Ma affidiamo anche la nostra salute ai medici, la nostra sicurezza alle forze dell’ordine, la nostra vita a chi guida un pullman o un treno. Abbiamo il diritto di pretendere competenza, correttezza e rispetto delle responsabilità. È una pretesa giusta e necessaria. Non equivale, però, a una garanzia sulla persona. La professoressa viene descritta come preparata e competente, mentre le viene attribuito un ruolo nello smembramento di un cadavere. La competenza didattica può dirci qualcosa sulla fondatezza di un’accusa simile? No.
Questo non attenua la gravità dei fatti e non assolve nessuno. Un delitto non diventa una semplice fragilità perché chi lo commette è una persona come noi. Le responsabilità vanno accertate e ciascuno deve rispondere delle proprie azioni.
Mi domando soltanto perché continuiamo a confondere un mestiere con un’identità morale. Perché ci sembri così inconcepibile che una persona istruita possa essere crudele, che una persona capace possa compiere azioni terribili, che dietro una vita apparentemente ordinata ci sia qualcosa che non vediamo.
Una professoressa può essere bravissima a spiegare un romanzo. Per sapere che persona sia, però, l’insegnamento non basta.