Frequento abbastanza internet, i social, i reel. E, come moltissime persone, mi fermo spesso a guardare video di animali. Prima di tutto gatti, poi qualche cane, qualche capra, qualche asino. Ho una certa apertura zoologica, ma i gatti rimangono saldamente in testa. Non sono solo. Nel 2014, durante una conversazione su Reddit, a Tim Berners-Lee, l’inventore del World Wide Web, domandarono quale uso della sua invenzione non avesse previsto e fosse invece diventato molto popolare. Rispose con una parola: «Kittens». Gattini. Uno inventa un sistema capace di mettere in comunicazione il mondo e il mondo lo usa per guardare un gatto. Mi sembra una cosa sulla quale riflettere. E sorridere aggiungerei.
Tra i gatti che seguivo ce n’erano due ai quali mi ero affezionato: Rossini di Rovigo e Chicco Micio Panda di Bagno di Romagna. Due personaggi con un seguito notevole, una comunità di estimatori e un territorio preciso nel quale muoversi. Purtroppo sono morti entrambi. Escluderei di aver portato loro sfortuna: i gatti che girano liberamente corrono rischi molto concreti, a cominciare dalle automobili.
Il cordoglio che ha accompagnato la loro scomparsa mi ha colpito. Persone che spesso non li avevano mai incontrati li sentivano parte della propria giornata. Li conoscevano attraverso uno schermo, ne aspettavano le apparizioni, si erano abituate alle loro passeggiate.
Che cosa cerchiamo in questi animali? Un po’ di tenerezza? Una pausa dagli esseri umani? Ci piace quella loro capacità di occupare il mondo senza chiedere permesso, di dormire quando hanno sonno, di concedere attenzione quando ne hanno voglia? Magari ammiriamo uno stile di vita che sogniamo e che poi ci guardiamo bene dal praticare.
Lascio le risposte a psicologi e sociologi. Il nostro rapporto con i gatti ha una storia lunga; la rete gli ha dato una possibilità di diffusione che prima non esisteva. A me, però, è venuta in mente una domanda più circoscritta: quanto dell’affetto per un gatto finisce per trasferirsi al luogo in cui vive?
Quest’estate, passando dalle parti di Rovigo con Romina, sono stato tentato di fare una deviazione. Volevo vedere i posti di Rossini: quella scala, quel palazzo antico, gli angoli nei quali lo avevo visto comparire nei video. Lui non c’era più, ma quei luoghi erano rimasti nella mia testa. Perché andare a Rovigo? Non me ne vogliano i rodigini: in quel momento non mi venivano in mente un museo, un monumento, un piatto per il quale allungare la strada. È un limite mio, naturalmente. Sono sicuro che la città abbia parecchie cose interessanti da offrire. Eppure il suggerimento di visitarla mi era arrivato da un gatto.
Con Bagno di Romagna è successo qualcosa di diverso. Ci ero stato con Paola, una Pasqua di due o tre anni fa, per fare trekking. Mi era piaciuta, anche se in quei giorni l’avevo trovata un po’ sottotono, meno frequentata di quanto mi sarei aspettato da un paese con le terme e un territorio così bello. Una mia impressione di quel soggiorno, s’intende. Avevamo percorso anche il Sentiero degli Gnomi. Poi, nei video di Chicco, ho ritrovato quegli stessi luoghi, le piazze, i percorsi. E mi è venuta voglia di tornare. Quel viaggio appartiene a un tempo che fu. I luoghi, però, sono ancora lì. Guardando Chicco li ho ripensati, mi sono ricordato che meritavano un’altra visita. Il gatto aveva riaperto una porta della memoria.
Rossini mi suggeriva una scoperta; Chicco un ritorno. Due effetti diversi, entrambi interessanti per chi si occupa di promozione del territorio. Ho cercato di capire se qualcuno avesse studiato la questione. Qualcuno lo ha fatto, anche se tra un “mi piace” e una camera prenotata c’è parecchia strada.
Una ricerca pubblicata nel 2024 sui gatti di Istanbul ha analizzato 1.393 post Instagram e circa 145 mila commenti. Ne emerge il ruolo dei gatti nell’immagine affettiva della città e nel desiderio espresso dagli utenti di visitarla. Attenzione: desiderio espresso. Non significa che tutte quelle persone abbiano poi comprato un biglietto.
Il caso economico più famoso però arriva dal Giappone. Tama, la gatta nominata capostazione a Kishi nel 2007, divenne il volto di una ferrovia locale. Un gruppo dell’Università Kansai stimò per quell’anno ricadute economiche di circa 1,1 miliardi di yen. La cifra comprendeva anche i treni tematici e altre iniziative della compagnia: attribuire tutto alla sola gatta sarebbe una semplificazione. Ma Tama era diventata il personaggio intorno al quale costruire un’esperienza e un motivo per partire.
Per Rossini e Chicco non ho trovato conteggi analoghi. Non so quante persone abbiano portato nelle rispettive città, quanti caffè, pranzi o pernottamenti siano nati dalla voglia di incontrarli. Posso testimoniare soltanto quello che è successo a me: uno mi ha fatto considerare una deviazione, l’altro mi ha fatto desiderare un ritorno. È poco per una statistica. È abbastanza per farsi una domanda.
Forse chi promuove i territori potrebbe prestare maggiore attenzione a queste storie. Certo, trasformare ogni gatto di paese in un dipendente dell’ufficio turistico sarebbe un’idea piuttosto triste. La forza di questi personaggi sta anche nella loro libertà, nell’imprevisto, nella comunità che li accudisce e si riconosce in loro. Raccontarli bene significa raccontare anche quella comunità. Nei video di Rossini e Chicco si vedono persone gentili, disponibili, contente di condividere un pezzo della propria giornata con un gatto. I mici dormono nelle vetrine, entrano nei negozi, vengono coccolati, sembrano salutare la gente da un bar. Rossini arrivava perfino a presenziare alle sedute del Consiglio provinciale. Non so quanto seguisse i lavori, ma la sua presenza mi sembra già un buon argomento a favore dell’istituzione.
A forza di guardare quelle scene, mi sono fatto un’idea positiva anche delle persone che le abitavano. Se un gatto può attraversare una piazza e trovare tante porte aperte, viene spontaneo immaginare una comunità accogliente. Naturalmente un video non racconta tutto di un paese e dei suoi abitanti. Ma quell’impressione rimane e, secondo me, si riflette anche sulla sua attrattiva turistica: viene voglia di sedersi in quel bar, entrare in quel negozio, passeggiare tra quelle persone.
Perché non andare a vedere un posto capace di trasmettere tanta positività? Il gatto ci ha fatto conoscere i suoi vicini. E i suoi vicini ci sono sembrati simpatici. Io, comunque, continuo a trovare curioso che a ricordarmi di tornare a Bagno di Romagna sia stato Chicco. E che, fra tante possibili ragioni per visitare Rovigo, l’unica a venirmi in mente avesse le vibrisse!