Un sasso per Luciano

L’altra sera ho incontrato per caso Massimo. Sempre il solito: brillante, curioso, pieno di idee. Fra una chiacchiera e l’altra mi ha detto che Luciano Scarzello era morto. Da sei anni, per la precisione. Io non lo sapevo.

Non lo frequentavo più da tempo, ma la notizia mi ha riportato di colpo a certe giornate trascorse in giro per il Piemonte, fra cantine, vigne e personaggi che forse, senza di lui, non avrei mai conosciuto.

Luciano era un giornalista braidese, originario di Barolo. È morto a 68 anni; il funerale si è tenuto nella parrocchia della frazione Vergne. Grande conoscitore del territorio e dei prodotti di Langhe e Roero, aveva collaborato con diverse testate locali e nazionali, vincendo per due volte, nel 1998 e nel 2005, il Premio giornalistico del Roero. 

Questo il profilo professionale. Nei miei ricordi ci sono soprattutto i viaggi che organizzava: educational per giornalisti, o almeno così venivano presentati. Chi fossero davvero tutte le persone che invitava non l’ho mai capito: a volte io e Massimo avevamo il sospetto di essere gli unici giornalisti della comitiva. Ma si partiva, si visitava, si assaggiava. E muoversi con lui in quel Piemonte vitivinicolo che conosceva bene era piacevole.

Di quelle giornate conservo un ricordo affettuoso. Luciano aveva un talento per infilarsi nelle situazioni e portarti con sé. A un Vinitaly, per esempio, mi accompagnò al ristorante di Slow Food. Io, pur essendo socio, non sapevo nemmeno che esistesse. Lui sì, naturalmente.

Era un personaggio particolare, che ai miei occhi conservava sempre qualcosa di ambiguo. Uno di quelli che sembrano vivere sul confine, fra inventiva, relazioni e arte di arrangiarsi. Figure che nel nostro mondo non mancano e che non sai mai bene come definire. Con Luciano, almeno per me, restava sempre qualche domanda senza risposta. La sua conoscenza di quei territori, però, era concreta: nei luoghi e fra le persone ci sapeva portare.

Lo ricordo con piacere, anche se l’ultima volta che ci siamo visti abbiamo litigato. Lui mi ha mandato a quel paese e io ho ricambiato. È stato il nostro ultimo saluto, senza che lo sapessimo.

A Massimo ho promesso che, una delle prossime volte che passerò da Bra, proverò a trovare il tempo per andare a cercare la sua tomba. Gli porterò un sasso, secondo l’usanza ebraica. Luciano era un personaggio spigoloso: più che un fiore, si merita un sasso. Un saluto affettuoso, ma senza troppe smancerie.

Anche dopo essersi mandati a quel paese, si può avere voglia di salutarsi ancora.

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