Un pesce a Barolo

A Barolo ci arrivai con i postumi di una colica (di più coliche) donatami da alcuni sassolini nella cistifellea. Il ricordo delle giornate e delle notti passate dolorante, dell’ospedale, delle flebo… tutto mi spaventava ancora. Era il giugno del 2006, aspettavo la chiamata per l’intervento risolutore (che mi avrebbe condannato a decine di cattive digestioni, ahimé) e nel frattempo mi attenevo ad una stretta dieta senza grassi. La paura di una ricaduta nel vortice nero del malessere infatti mi spaventava assai ed ero ligio come non mai. Meno male che il vino lo potevo bere, senza tema. Fu per sfuggire al tedio di una vita di paura e di noia alimentare che mi accreditai alla presentazione del barolo docg, annata 2002, che si teneva a Barolo. Nel castello. Vi scrissi una articolo per “Natural”, in cui descrivevo l’avvenimento, sorprendente, caratterizzato da un mix di provincialismo ed internazionalità; il vino invece mi apparve in genere un po’ slegato, aspro ancora; profumato e tranquillo al naso, ma indomato al palato. Ne bevvi comunque assai, ne assaggiai assai e me ne regalarono pure una bottiglia istituzionale. Bottiglia dall’etichetta assai retorica ma bella, segnata da una foto di Nevio Doz (www.nevio-doz.com), un fotografo famoso che aveva interpretato il barolo, unendo i temi della terra, dell’uva e del lavoro dell’uomo… Per ragioni gastronomiche declinai l’invito a pranzo (non ricordo il menù, ma c’erano certo troppi grassi: formaggi, salumi, carni…). Cercai per i fatti miei. Ricordo però ancora bene la faccia perplessa del vigile di Barolo, quando gli chiesi dove avrei potuto mangiare del pesce, magari alla griglia. Farfugliò qualcosa, con il tono a metà strada fra scuse e sorpresa (ma chi era mai questo che veniva a Barolo per mangiare del pesce?), e m’indicò che –forse- in un paesello là vicino c’era una pizzeria. Che chiedessi là… Era talmente sorpreso che gli dissi dei fatti miei: che ero in dieta, che non potevo mangiare grassi animali, ma solo fino all’operazione –per carità-, che a me piaceva la cucina langarola, che sarei tornato, dopo, ad espiare l’assurdo di pesci surgelati e poi grigliati fra le colline delle Langhe… Sembrò rincuorato e mi fece i suoi auguri. Andai, sorridendo e prima risolsi il pranzo e –settimane dopo- la cistifellea (ma è un’altra storia). Ogni tanto sorrido ancora, pensando alla faccia e al balbettio del vigile di Barolo… Chiedere del pesce nella “capitale” delle Langhe! Mamma mia: ignoranza o sacrilegio?

Sorridevo anche l’altro ieri, quando rovistando in cantina, ho ritrovato la bottiglia di barolo docg di quel giorno. L’ho aperta, debitamente caraffata e poi bevuta in abbinamento ad un arrosto e a dei formaggi (il vigile avrebbe apprezzato). Mi ha colpito per la forza espressiva ancora una volta l’etichetta ed il vino mi è apparso come allora: ha profumi lievi ma dal bouquet subito ricco di  legno (ma non barrique) e di alcol, sentori che spariscono un poco per volta; e poi si svela la frutta rossa: la mora, la prugna, la frutta rossa in genere. In bocca mi è apparso ancora asprigno, asciutto, leggermente allappante, per niente amaro sul fondo… magrolino e fresco. Buono. Decisamente buono anche se non al massimo delle sue potenzialità. In fondo era del 2002, annata difficile per il vino, presentato nel 2006, annata difficile per me… Annate strane, come un pesce a Barolo.

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