Ieri mattina sono andato in ospedale a fare alcune analisi. Siccome non stavo molto bene, ho deciso di premiarmi: sono entrato al bar di Maurizio e ho preso un cappuccino e una sfogliatella riccia, quella napoletana. Mentre facevo colazione, in silenzio, pensando ai fatti miei, mi è venuto in mente che stavo mangiando e bevendo due cose con una storia piuttosto lunga. E che, per raccontarla, bisognava andare parecchio lontano da Borgomanero.
Il cappuccino, per esempio, ha un antenato viennese: il Kapuziner, un caffè con panna il cui colore ricordava il saio dei frati cappuccini. C’è anche una bella leggenda legata all’assedio ottomano di Vienna del 1683: un uomo che aveva aiutato i viennesi, Jerzy Franciszek Kulczycki, avrebbe ricevuto come ricompensa i sacchi di caffè abbandonati dai turchi e avrebbe cominciato a servirlo aggiungendo latte per renderlo più gradevole. Una leggenda, appunto. Il cappuccino moderno, con espresso e latte montato a vapore, si è invece sviluppato in Italia nel Novecento, con l’evoluzione delle macchine da bar, affermandosi nel dopoguerra. Anche una semplice tazza, insomma, ha avuto bisogno di viaggi, incontri e invenzioni.
Poi c’era la sfogliatella. Riccia, naturalmente, perché quella frolla non mi piace altrettanto. L’ultima volta che ne avevo mangiata una ero a Napoli, appena fuori la stazione; grande una volta e mezza quella di Borgomanero. Mi ricordo che l’avevo divisa con una signora del gruppo con cui ero, mettendo però subito in chiaro una cosa: «io la voglio riccia». Anche la sfogliatella ha una storia di spostamenti, sebbene più brevi. La tradizione più conosciuta la fa nascere nel convento di Santa Rosa, a Conca dei Marini, sulla Costiera Amalfitana: una suora avrebbe recuperato della semola cotta avanzata, unendola a ricotta, zucchero e canditi. All’inizio dell’Ottocento, nel 1818 secondo la ricostruzione tradizionale, Pasquale Pintauro rielaborò quel dolce e cominciò a venderlo nel suo locale di via Toledo, a Napoli. Dalla cucina di un convento alla pasticceria di una città, e poi sempre più lontano. Fino alla mia colazione a Borgomanero. Era molto buona, molto particolare. E mi ha un po’ sorpreso trovarla lì. Poi ho pensato che, in realtà, era giusto così.
Le cose buone viaggiano, si confrontano, mettono radici nei posti più diversi. Qualcuno le porta, qualcun altro impara a farle, altri ancora cominciano ad apprezzarle. Succede con la pizza, con il caffè, con il cappuccino. E a un certo punto ciò che arriva da lontano diventa parte delle nostre abitudini, tanto che ci sembrerebbe strano farne a meno. Dovremmo imparare a far viaggiare anche le persone con la stessa naturalezza. Lasciare che si incontrino, che mettano radici, che possano far conoscere quello che sanno fare e quello che valgono.
Sono pensieri da colazione, certo. Ma qualche volta, insieme a un cappuccino e a una sfogliatella, arriva anche un’idea.