Tre Cesare Battisti: dal martirio romantico alla cucina responsabile

Quando Carola mi ha più volte citato lo chef del Ratanà, dichiarando la sua milanese ammirazione per lui, sono rimasto sorpreso dal fatto che si chiami Cesare Battisti. Un nome ed un cognome che rimandano ad un altro omonimo. In Italia il nome Cesare Battisti infatti non è sconosciuto. È un nome che è ricco di storia, che divide, che pesa. Evoca per tutti l’eroe (per gli italiani e non certo per i sudtirolesi), per molti il terrorista rosso (un combattente per alcuni) e per molti meno proprio lui, lo chef stella dei social. Tre figure lontanissime, unite solo dall’omonimia ma attraversate – se si guarda bene – da una comune tensione ideale, declinata però in modi radicalmente diversi.

Questo mio post vuole mettere in dialogo queste tre figure, esplorando i possibili legami di parentela, le analogie simboliche, concentrando però  lo sguardo sull’ultimo arrivato: lo chef del Ratanà, il più contemporaneo dei tre.

Il primo Cesare: il martirio come destino

Il patriota trentino non è solo un eroe “da manuale”. È una figura profondamente romantica, animata da una consapevole volontà di martirio. Sa che scegliere l’Italia significa, con ogni probabilità, morire da traditore. E’ in prima linea, conduce un attacco senza senso, non si nasconde quando viene catturato. Va incontro alla morte con la schiena dritta.

La sua è una visione ottocentesca dell’impegno politico: sacrificio personale; redenzione attraverso la morte; nazione come valore superiore all’individuo. Un socialista mazziniano. Amato dai trentini e detestato dai sudtirolesi. Il suo corpo impiccato diventa simbolo, immagine fondativa, quasi cristologica. Il nome Cesare Battisti nasce qui come nome tragico, destinato a superare la biografia.

Il secondo Cesare: l’utopia armata

Il terrorista dei PAC non è l’opposto speculare del patriota, come spesso si dice. Ne è, piuttosto, una variante novecentesca. Anche qui troviamo: idealismo radicale, rifiuto del compromesso, convinzione che la storia possa essere “forzata”, portata verso il suo giusto esito.

Il secondo Cesare non cerca il martirio, ma accetta la violenza come mezzo necessario per realizzare un’utopia: una società giusta, finalmente compiuta. Dove il primo sacrifica se stesso, il secondo sacrifica gli altri.

Fra i due non c’è parentela familiare, ma una parentela ideologica astratta: la fede assoluta in un’idea che vale più della vita concreta.

Il terzo Cesare: l’ideale che si fa misura

Ed eccoci al terzo Cesare Battisti. Qui l’idealismo non scompare, ma cambia scala e linguaggio. Lo chef del Ratanà di MIlano non combatte per una nazione né per un’utopia astratta. Il suo terreno è più piccolo, ma non meno significativo: la tradizione gastronomica lombarda, il rapporto con il territorio, la sostenibilità ambientale, i prodotti locali, a km zero, l’attenzione a filiere non intensive.

Il suo è uno spirito moderato, nel senso più nobile del termine: cercare equilibrio tra passato e presente, tra memoria e innovazione, tra gusto e responsabilità. Se c’è un ideale, non è totalizzante né violento. È concretissimo: fare bene, senza distruggere ciò che rende possibile continuare a farlo.

Neppure lui ha parentele col primo suo omonimo e neppure con il secondo.

Conclusione: la maturità dell’ideale

Il  vero raffronto fra i tre però non è dunque genealogico, manca infatti una qualsiasi parentela naturale ed ideale. Piuttosto il confronto è interessante perché storico e culturale: il primo Cesare appartiene all’epoca dei grandi sacrifici; il secondo a quella delle grandi illusioni ideologiche; il terzo a un tempo povero di ideologie forti, ma anche più maturo. Un tempo in cui l’ideale non chiede sangue, ma coerenza quotidiana. In cui non si muore per un’idea, né si uccide per realizzarla. Si lavora. Si sceglie. Si misura l’impatto. E così, forse per la prima volta, il nome Cesare Battisti torna a significare qualcosa di semplice ma prezioso.

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