Questo Natale è stato all’insegna del Barolo, ma anche della tristezza. Il primo Barolo l’ho incontrato la vigilia di Natale, a pranzo, insieme ad Andrea e Matteo, a La Rampolina di Stresa: un ristorante assai gradevole, molto di moda, dove ci si incontra e talvolta ci si mette in mostra. Era un Barolo DOCG 2020 di Piero Benevelli: non lo conoscevo e l’ho comunque trovato buono, piacevole, assolutamente all’altezza delle aspettative presenti e future. Era giovane.
Il secondo Barolo l’ho regalato a mio fratello Marco: un Barolo Terre da Vino del 2000. Siamo scesi assai nel tempo. Mio fratello apprezza molto i Barolo e ne è stato sinceramente felice. L’ha bevuto il giorno di Natale, che non abbiamo passato insieme; al mio rientro, però, siamo riusciti a parlarci, a confrontarci, anche se non sono riuscito ad assaggiarlo, anche solo un goccio. Mi ha detto essere stato assai gradevole. Gli ho creduto.
Il terzo Barolo lo ha portato mio figlio Filippo Maria. Era un regalo del papà della sua ragazza. Una bottiglia di Michele Chiarlo, Brunate, annata 1997. Qui siamo scesi ancora più in profondità. Mio figlio e i suoi giovani cugini si sono divertiti moltissimo ad affrontare il vecchio tappo che si rompeva, a filtrare il vino, a caraffarlo. Qualcuno diceva di non riuscire a capire perché quel vino fosse così pregiato; a qualcuno è piaciuto, altri ci hanno ragionato sopra. Questa loro attenzione, questo affaccendarsi intorno a una bottiglia, mi è piaciuto molto: giovani uomini, poco più che ventenni, che si prendevano il tempo di discutere, assaggiare, confrontarsi.
Quando l’ho raccontato ad Andrea, stamattina, lui mi ha ricordato che il 1997 era l’annata preferita di Davide Isotta, un amico scomparso qualche anno fa. E questo mi ha regalato ancora un po’ di blues.
Anche perché l’antivigilia ero stato a pranzo con Stefano, Stefania e Aldo. Il giorno dopo, Aldo mi ha detto che era morto il papà di Stefano. Lo avevo conosciuto una sola volta. Si chiamava Archimede Dal Ry: un nome importante, un cognome misterioso. Mi è dispiaciuto molto per questa perdita e per il dolore che ha certamente portato nella casa del mio amico.
Il terzo elemento è arrivato il giorno di Natale: la morte di quei disgraziati che cercavano di raggiungere l’Europa. Centosedici, se ricordo bene, annegati nel Mediterraneo. Acque che non sono gelide, ma nemmeno calde, soprattutto in quelle condizioni. Sì, lo so: “potevano restare a casa loro”. Tutto vero. Ma esiste un problema, e per molti di loro la soluzione è scappare. Forse dovremmo prenderne atto e iniziare a ragionare in modo più propositivo. Non dico accoglierli tutti indiscriminatamente, ma pensare a soluzioni concrete, magari anche a cittadinanze differenziate. Non si può affidare tutto al destino, lasciando che sia la morte a “risolvere” il problema.
Attorno a queste tre bottiglie di Barolo si sono dunque intrecciati momenti belli, ma anche ricordi tristi e riflessioni un po’ blues.
Direi, quindi, che il Natale 2025 è stato un Natale da Barolo Blues. Dolceamaro come il vino.