Capisco perché ne parlino bene in molti e anche perché sia così difficile trovarlo. Lo Strevi moscato passito viene infatti prodotto nella più piccola doc d’Italia (del mondo?): circa 4 ettari. Se ne ricava poco e le bottiglie rimangono a lungo in cantina, prima di essere aperte. Dunque difficile trovarlo. Noi siamo stati fortunati perché lo abbiamo conosciuto grazie a Slow Food, a Verbania, durante un assaggio di passiti e formaggi di capra: giovane, media stagionatura e lunga stagionatura (buoni!). I passiti erano invece quattro, proposti dal Consorzio che è depositario del lavoro svolto da Slow Food con il Presidio. Si sono assaggiati due del 2006 e due del 2008. In tutti i casi si trattava di vini ricchi di bouquet (miele, caramello, fiori), colori dal giallo oro pieno all’ambra, gusto dal dolce all’equilibrato con freschezza che rintuzzava la potente dolcezza di un vino che passa molto tempo ad appassire fino alla sua vinificazione. I due 2008 erano della Casa Vinicola Marenco e della Azienda Cà di Cicul di Salina: buoni entrambi, da abbinare a formaggi freschi e saporiti, a dolci, da bere da sé… Ci raccontava il relatore Giampaolo Ivaldi che era un “vino delle ricorrenze… militare, matrimonio, figli, nozze e nipoti… si dice che se ne teneva una bottiglia, l’ultima, da far bere agli amici dopo il proprio funerale… una parte di sé, del proprio lavoro dunque”. Sì, proprio un vino delle ricorrenze. Fra i due 2006, io ho preferito il 2006 della Cà du Ruja, già reso più fine dal tempo: profumi più sul caramello, meno miele, meno dolcezza al palato e la freschezza che bilanciava meglio. Da formaggi, direi. Da tenere lì, almeno due anni ancora il 2006 dell’Azienda Agricola Bagnario. Un vino ottimo, ma ancora grasso, pieno, dolce… giovane ancor più dei 2008. Sorprendente. Grande Strevi!
Strevi passito? Si grazie!
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