Siamo tutti un po’ borgognoni: due

Nei vigneti di Montagny: con nano e produttore e piece di bellezza. Bella giornata.La Borgogna vinicola l’abbiamo incontrata più volte, ma non la conosceremo bene mai. Come si fa, infatti, a conoscere bene una regione francese in cui si producono centinaia di ottimi vini, tutti incasellati in zone, sottozone, indicazioni di paese, di vigneto, tipologie di produzione e di altro ancora. Complicato ma per fortuna statico: si tratta infatti di una regione umana un po’ chiusa e tradizionalista, come dicono essere le campagne francesi. Là, per esempio, non si usa la “barrique” ma la “pièce”: una botte di 228 litri (la prima ne contiene 225). E guai a confondersi. Ma incominciamo dall’inizio.

Novara è gemellata con Chalon sur Saone, Sizzano con Mercurey e un altro paesello del novarese (che non ricordo) con uno analogo della Borgogna (che non ricordo neppure). Percui, negli anni, in varie occasioni ci è capitato di assaggiare del cremant, cioè lo spumante metodo classico –rifermentato in bottiglia- della Borgogna; oppure del mercurey bianco, da uve chardonnay; o del mercurey rosso, da pinot nero; e financo del montagny bianco, assai fresco e particolare, da chardonnay. Le occasioni sono state tante, piccole ma frequenti: fiere, banchi d’assaggio, degustazioni guidate, incontri casuali nei locali… segno inequivocabile che le terre a sud del Lago Maggiore sono da tempo innervate da frequenti contatti con quella zona della Borgogna. Instancabili corrieri sono stati i vignaioli e gli amministratori locali che da entrambi i lati sono andati su e giù.

Una visita s’imponeva. E così è stato: siamo partiti in gruppo, affittando un pulmino. Tutti appassionati di vino e buona tavola. In tre giorni abbiamo assaggiato decine di vini, fra cui i già citati cremant, montagny e mercurey; inoltre, una puntata a chablis ci ha dato modo di conoscere da vicino uno dei vini più famosi del mondo. Inconfondibile con le sue note minerali e la freschezza prolungata.

Le caratteristiche dei vini sono quelle di essere molto longevi, sia i bianchi sia i rossi: si bevono infatti dopo alcuni anni dalla vendemmia e si possono gustare bottiglie di dieci, venti anni… in cui la gradevolezza è garantita dalla alta gradazione (sui 13,5°), dalla buona freschezza dei vini e dal corredo aromatico e gustativo degno di nota. I vini, invecchiando, si affinano. E per un po’ di tempo sono ben bevibili. Buoni.

Ci è piaciuta molta anche la Borgogna turistica: pulita; bella segnaletica turistica; minimo inquinamento visivo di cartelli, manifesti, insegne; un certo rigore tradizionale nelle costruzioni (voluto od imposto?); ottima depliantistica (la carta delle vie del vino di Borgogna non ha nulla da spartire con quella edita dal Gal ossolano, per intenderci); grande cura del verde, con vie e strade riservate ai trekker e ai ciclisti; canali navigabili con barche private. Da rivedere. Da riprovare.

Meno bene la cucina: pur ottima, saporita e costosa. Fanno infatti grande uso di burro, fondi di cottura tirati con grassi, creme per insalate… quasi che la “nouvelle cuisine” non fosse mai esistita. Se non nella presentazione dei piatti. Delude inoltre la mancanza di piatti facili, a cui noi italici siamo affezionati: paste, paste ripiene, risotti, pizze… Per saziarci, dobbiamo saccheggiare il cestino del pane. Lì invece ci sono solo l’entrée, il piatto principale e il dessert; il carrello dei formaggi, invece, è grosso ed abbondante: spesso compreso nel prezzo del menù, permette di conoscere produzioni locali e nazionali. Ottimo. Ottima idea.

Torniamo al vino e alla Borgogna, affidandoci alle note scritte che Jean Luc Cottier, giornalista in pensione e consigliere del comune di Mercurey, ci ha regalato al nostro arrivo: La Borgogna –scrive- ha una superficie di oltre 31mila kmq, un poco più del Belgio. Vi abitano un milione e seicentomila abitanti, la densità media è dunque bassa… la Borgogna è una regione “sbilanciata” con una spina dorsale che ad est della regione raggruppa autostrada, statale principale, ferrovia classica ed alta velocità in una fascia strettissima. Fuori da questa zona poca attività, poca gente… poco avvenire. Immigrati 82 mila, dei quali 50mila extracomunitari e 9500 italiani. Duemila e 45 comuni, dai 12 ai 200mila abitanti; quattro dipartimenti (province)”. E la Borgogna del vino? “30mila ettari di vigneto, pari al vigneto della Toscana e un po’ meno del Piemonte (36mila ettari). Un quarto del Bordeaux. Produzione complessiva: un milione e mezzo di ettolitri, ossia 200milioni di bottiglie: 65% di bianco e 35% di rosso. Bottiglie prodotte da circa 4mila tenute, 110 maison de négoce, 19 cantine sociali. Cifra d’affari media, 1,5 miliardi di euro. Vendita: 55% esportato, due terzi nell’Unione. I vitigni sono il pinot nero (35%), chardonnay (45%), aligoté vitigno bianco autoctono (6/7%), gamay (11/12%) e altri (1/2%)”.

Complicato? Aspettate di sentire delle denominazioni: “oltre 100 le aoc (simili alle nostre doc ndr) con tre livelli: regionali (bourgogne rouge, bourgogne blanc, bourgogne rosé…), circa 25; comunali, (mercurey, bearne, chablis, pommard…) nelle quali si distinguono i “premier cru”, una sottodenominazione riservata ad alcuni settori pregiati del territorio comunale. I comuni che hanno dei “premier cru” sono 45, ma alcuni di questi ne hanno anche venti. Per esempio mercurey ha il champ martin o il clos tonnerre… Infine ci sono i “grand cru”, circa 35. Si tratta di zone notissime per la produzione di vini, come montrachet, romane conti, chablis grand cru…”. E poi ci sono gli spumanti: “oltre ai frizzanti “moussex”, dal 1975 è nata la aoc Crémant de Bourgogne… oggi si vendono 10 milioni di bottiglie… e la produzione come le vendite sono in regolare aumento sia sul mercato nazionale che all’esportazione”.

Ci vorrà altro che una gita per conoscere la Borgogna vinicola. Alla santé!

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