Sei giorni in ospedale

Sei giorni in ospedale ad ascoltare medici, farsi tagliare ed inghiottire decilitri di antibiotici e di cortisone. Più o meno immobile in un rettangolo di alcuni metri quadri, legato ad una o più flebo, ad uno o a più aghi… decine di signore e signorine a sorridere il mio tempo. Amici, parenti. E, regolari e ben graditi, pranzi e cene ad hoc per una persona malata e, di fatto, ferma. I menù erano calibrati, vari, senza troppi grassi (io, almeno non ne sentivo), né sale, né glutammati vari… caldi. E si poteva scegliere, compatibilmente alla tua patologia. Se penso alla monotonia alimentare della mia infanzia ospedaliera (anni Sessanta: pastina in brodo, stelline in brodo, purea di patate, formaggio fresco, prosciutto cotto…) c'è da sorridere alla modernità. Una modernità fatta di bustine di parmigiano reggiano dop (sempre, con ogni primo), risotto agli spinaci, zucchine ripiene, insalata verde, frullato di frutta (niente zuccheri), pane; e poi di passato di verdure (e solo quelle), ricotta non condita, finocchi al forno, yogurt, pane; e ancora, di risotto alla parmigiana coniglio arrosto (tre pezzi piccoli), cavolfiore al forno, frutta cotta (senza zucchero), pane (uno, sempre); e così via… minestrone, fetta di emmenthal, biete all'olio (ma dove?), frutta cotta, pane; a Pasqua, menù un po' fuori le righe (per l'animo degli ammalati direi. Almeno per chi poteva permetterselo): riso pilaw con verdure, due cotolette di agnello (due), carciofini saltati, una banana, pane ed una fetta, fettina di colomba; alla sera: passato di verdura, ricotta, carote trifolate, frutta cotta, pane; e poi, pasta al pomodoro, scaloppina di tacchino (una mezza fettina), spinaci all'olio, un'arancia, pane; pasta in bianco, ricotta, fagiolini all'olio (una bustina), frullato di frutta (niente zucchero, ovvio), pane; infine, pasta al pesto, persico al forno, insalata di carote, un'arancia, paneNulla da dire: ho mangiato bene, una dieta da ammalato, da contenimento, da immobilizzato. Ma questa povertà di grassi, di zuccheri e di glutammato; queste dosi dosate; e questa ricca varietà dei pasti… sarebbero da prendere sempre ad esempio. Bravi, voi cucinieri dell'ospedale di Domodossola.

Anche perché, mentre ero lì, alcuni amici mi hanno portato biscotti e cioccolatini industriali. Una parodia della pasticceria secca: dolci apparentemente diversi, ma sempre uguali al gusto: che avessero la cioccolata (ma lo era poi?) o la marmellata (?) o altro (ma cosa era?). Dolci, dolciastri, senza sapore che non fosse il dolce: un dolce dolciastro lunghissimo, spossante, appiccicoso, a prova di spazzolino. Tutto uguale.

Rispetto al cibo dell'ospedale, un nulla. Un prodotto senza intelligenza gustativa. Meglio l'ospedale, meglio quando ci sono testa e capacità, insieme, in cucina… 

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