Rosso autarchico. Il carcadè e noi

Ultima puntata del mio viaggio tra cibo e colonie italiane. Dopo la pasta evocativa nel piatto, oggi si va verso la tazza: un rosso intenso, quasi teatrale. Il carcadè.

E’ una bevanda africana, di ibisco essiccato, che in Egitto e Sudan si beve da secoli come rinfrescante o digestivo. Ma per noi italiani diventa altro: il simbolo di un’epoca in cui l’impero entrava nelle dispense degli italiani.

Siamo negli anni Trenta, piena stagione fascista. Le sanzioni della Società delle Nazioni stringono il commercio, il tè inglese diventa un lusso, e il regime lancia la parola d’ordine: autarchia. Via il tè straniero, viva il “nostro” carcadè — che poi “nostro” non era, ma proveniva dalle colonie africane, dall’Eritrea e dalla Somalia, a cui nessuno aveva chiesto se erano d’accordo. Nei manifesti pubblicitari si prometteva “la bevanda italiana d’Africa”, patriottica, economica, virile. Nelle case, il profumo dell’ibisco si mescolava a dei surrogati di tutto: del caffè, del burro, persino del cacao. Era il colonialismo del gusto: importare piante, trasformarle in simboli nazionali, convincersi che bastasse cambiare etichetta per cambiare storia.

Oggi il carcadè ha perso la divisa e indossato la tuta wellness: sugli scaffali lo trovi come “infuso di ibisco”, “tisana depurativa”, “ricco di antiossidanti”. L’industria delle tisane vale oltre 200 milioni di euro l’anno in Italia (AstraRicerche 2024), e anche se l’ibisco resta una nicchia dentro un mare di camomilla e frutti rossi, la sua presenza è costante: nelle erboristerie, nei bar “healthy”, nelle bottiglie ready-to-drink.

Eppure ogni volta (rara invero) che verso nell’acqua bollente quei petali secchi color rubino, penso che sto preparando un piccolo rito coloniale: una bevanda nata sotto il sole africano, travestita da prodotto nazionale, tornata oggi nel bicchiere come tisana salutista

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