L’Impero finiva nel piatto

Lo ammetto: la prima volta che ho sentito il nome “Abissine rigate” per una confezione di pasta, ho pensato a un rottame storico, a una dimenticanza. Invece no. Ed è stata fonte di dibattito. 

Premessa: negli anni del fascismo, mentre l’Italia sognava e desiderava l’impero in Africa, anche il Paese si riempiva di evocazioni. Non solo locali, prodotti, oggetti… ma persino formati di pasta. Così nacquero le Tripoline, le Bengasine, le Abissine, le Assabesi: parole che oggi suonano buffe, ma che all’epoca servivano a portare “l’Africa italiana” fino alla tavola. Le Tripoline prendevano il nome da Tripoli, e avevano una forma allungata, un nastro con un lato ondulato. Le Bengasine, da Bengasi, erano piccole farfalline. Le Abissine rigate, da Abissinia (cioè Etiopia), somigliavano a conchigliette. E le Assabesi, da Assab, in Eritrea, erano minuscoli cilindri, simili ai ditalini.

Molti di quei nomi sono sopravvissuti per decenni, attraversando la guerra e la ricostruzione come se niente fosse. Solo di recente alcuni pastifici, come La Molisana, che produceva le Abissine rigate, hanno deciso di cambiare nome ai formati, parlando apertamente di “errore storico”. Oggi le stesse conchigliette si trovano sugli scaffali come “Conchiglie rigate”, senza più riferimenti coloniali. Altri marchi, come De Cecco o Barilla, hanno continuato a proporre le Tripoline, perché le hanno ritenute prive di ogni richiamo politico: un formato come un altro, solo un po’ rétro. 

Io non le ho mai assaggiate con attenzione. Ora le cercherò per ri-assaggiarle. Ma con che sugo?

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