Ricordi d’estate

Il primo di cui ho memoria era un ghemme doc Mirù del 1989. Mi piacque subito: un vino rosso profumato, asciutto, corposo ed equilibrato… per quel che capivo allora: era il 1994 ed ero in compagnia di Luigi: maitre, sommelier (dell’aims), maestro, amico… Poi ho assaggiato il Mirù del 1990 e lo ho preferito: frutto di un’estate magnifica: calda, piena di amicizia, tormenti ed estasi amorose. L’uva, mi ha raccontato poi Eugenio Arlunno, produttore del Mirù, era quasi passa sulle vigne. Lui preferiva l’89: più spigoloso, dai profumi più ricchi e meno evidenti. Non era la sua estate. Il ghemme mi piace ancora, diverso anno dopo anno; come sono diverse le estati della nostra vita. Da allora, inoltre, ho conosciuto meglio il vino, i luoghi e i produttori. Con alcuni di loro sono in amicizia. Però un paio di bottiglie del mitico ’90 le ho conservate: non so quando le berrò: non sembra mai esserci l’occasione giusta.

Le annate successive, fino al ’96 non sono state granché. Poi un poker eccezionale, una pausa, un’annata stranissima (il 2003): caldissima e mediterranea; il 2004 un po’ in ribasso; meglio il 2005 e il 2006 che potrebbe essere grande.

Quest’anno il ghemme è già comunque più grande, perché compie dieci anni di docg. Fu infatti nel 1996 che venne venduta la prima bottiglia fascettata, prodotta con il nuovo disciplinare. Fra gli avvenimenti che fecero corona al passaggio da doc a docg ci fu un convegno a Ghemme in cui il professor Mario Fregoni, dell’università di Piacenza, ammonì la pattuglia di produttori presenti “di fare qualità e non quantità”. Messaggio che è stato ricevuto: posso testimoniarlo.

Nonostante un lento e continuo incremento, in atto ancora oggi, il ghemme docg viene infatti prodotto solo in 50 ettari di vigneto; poco più di duemila gli ettolitri ottenuti. Il drappello di produttori è cresciuto, ma rimangono ancora pochi, circa una decina. Anche se non mancano interessanti novità: accorpamenti consistenti, ingresso d’imprenditori che investono in vigneti e cantine.

Ma il ghemme docg rimane, comunque, un vino amato dai consumatori più curiosi ed appassionati. Non da tutti. In primo luogo per il costo e poi perché è un vino “importante”, per usare una definizione cara ai giornalisti di settore: un vino che ha grande ricchezza di profumi, come bouquet (rosa, fiori secchi, viola, frutta rossa…), ma meno evidenti rispetto ad altri vini; in bocca è secco, corposo e sempre leggermente tannico: lascia la bocca asciutta. Alcolico quanto basta, è dunque un vino destinato alla tavola, da abbinare al cibo.

Viene realizzato partendo da tre tipologie d’uva: l’uva nebbiolo, che gli dà struttura, tannicità e profumi (minimo 75%); a questa si può aggiungere, insieme o no, il mosto ricavato dalle uve vespolina (che dà colore, corpo e profumi) e uva rara (colore e profumi). Le uve arrivano dai vigneti censiti nei comuni di Ghemme di Romagnano Sesia, con produzione massima per ettaro di 80 quintali, con una resa massima delle uve del 70%. Una volta in cantina, il vino vi deve rimanere almeno tre anni, in legno. Quattro, se Riserva. E qui ognuno dà la sua interpretazione: barrique, botte media, botte grande; in parte o tutto, in relazione all’annata e agli obiettivi del produttore. Poi, nove mesi in bottiglia.

Si tratta, a ben guardare, di un grande vino piemontese, imparentato a famiglie ben più note: barolo, barbaresco, gattinara… Caratterizzate tutte dall’uso dell’uva nebbiolo. Un’uva coltivata soprattutto nel nord ovest d’Italia.

Io non l’ho mai mollato. Anche se le sue estati migliori non sono state sempre le mie, lo bevo sempre con piacere.

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