Assisto sempre un po’ sconcertato alle manifestazioni di piazza quando degenerano: gli scontri con la polizia, ma soprattutto le vetrine spaccate, i negozi vandalizzati e saccheggiati. Non capisco. Sono stato educato alla democrazia e ho ben presente il ricordo di Bava Beccaris, dei cannoni contro i poveracci che chiedevano pane. Mi riconosco nel romanticismo della figura di Gaetano Bresci. Ma in questi gesti di oggi faccio fatica a riconoscermi. Mi viene in mente, semmai, Pasolini.
Chi sono quelli che sfondano una vetrina per portarsi via una maglietta firmata? Piccoli borghesi che si lamentano perché non hanno le stesse possibilità dei loro padri di diventare benestanti? La domanda è provocatoria, ma il problema che c’è dietro è vero: la promessa di stare meglio della generazione precedente si è incrinata.
Bisognerebbe però ricordarsi anche come vivevano quei padri. Nel mondo in cui lavorava il mio, le tutele erano minori, si faticava molto e si guadagnava poco. Nelle famiglie c’era un’automobile sola, quando c’era. Non si andava al ristorante ogni fine settimana. Prima che la Cina diventasse la grande fabbrica del mondo, i “cinesi d’Europa”, per certi versi, eravamo noi.
Questo non significa che oggi non esistano difficoltà vere, precarietà e ingiustizie. La distanza fra desideri e realtà può essere enorme, per carità. Ma la soluzione sarebbe andare a rubare magliette firmate? E poi c’è l’assalto a un supermercato a Milano. Sono pronto a scommettere che siano sparite bottiglie di vino, liquori, magari i prodotti più costosi, quelli che fanno anche da status symbol. È una mia supposizione, naturalmente: non so che cosa abbiano portato via. Ma faccio fatica a immaginarli lì per rubare l’insalata. E mi domando: quanto c’è di rivolta contro il consumismo e quanto, invece, di desiderio di parteciparvi?
Perché allora che cosa c’entrano Gaetano Bresci, i poveracci di Bava Beccaris, la domenica di sangue di San Pietroburgo? Quale rapporto c’è fra quelle lotte e il saccheggio di un negozio? Non posso permettermi una cosa, dunque spacco una vetrina e me la prendo. Boh. A me sembra che, in quel gesto, ci sia soprattutto il desiderio di possedere proprio gli oggetti del mondo che si dice di voler combattere.
Non parlo di tutti quelli che manifestano: parlo di chi fa queste cose. E più che comunisti, anarchici o sovversivi, mi sembrano piccoli borghesi un po’ frustrati.