Misteriosa Slarina

Per strane coincidenze – di quelle che sembrano casuali solo in apparenza – nel giro di due giorni ho sentito parlare più volte di un vitigno che fino a poco tempo fa mi era del tutto sconosciuto. E, a giudicare dalle reazioni che suscita quando lo si nomina, credo di non essere il solo: la Slarina.

Il primo incontro è avvenuto sabato, durante il pranzo di Natale di Slow Food Vercelli. Tra una portata conviviale e l’altra, nel calice è arrivato un rosso che incuriosiva già dal nome. Era la Slarina di Daniele Cesca, vignaiolo di Moncalvo, e l’assaggio è stato di quelli che non passano inosservati: fresco, diretto, diverso. Abbastanza da convincermi non solo a berlo, ma anche a portarlo a casa.

Il giorno dopo, a Moncalvo, nel contesto ben più rumoroso e popolare della Fiera del Bue Grasso, la Slarina è tornata a farsi strada nei racconti. Questa volta grazie a un consiglio: la mia amica Monica mi ha suggerito di cercare – se l’avessi trovato – quello prodotto da Sulin, altro nome di riferimento per questo vitigno raro del Monferrato. Non l’ho trovato, ma la sensazione era ormai chiara: la Slarina stava bussando con insistenza.

E così, quasi naturalmente, il cerchio si chiude (o forse si apre davvero) domani, al corso dell’Università della Terza Età di Verbania, dove la Slarina sarà protagonista di una degustazione dedicata. Nel bicchiere, tre interpretazioni che raccontano la versatilità di questo vitigno ritrovato: rosso, rosato e spumantizzato, tutte acquistate proprio in questi giorni.

In un mondo del vino che spesso rincorre nomi noti e certezze commerciali, la Slarina rappresenta l’altra faccia della medaglia: quella dei vitigni marginali, quasi dimenticati, che tornano a parlare grazie alla curiosità dei bevitori e al lavoro ostinato di pochi produttori. A volte basta una coincidenza, o due, per accorgersi che una storia interessante sta passando proprio davanti al nostro bicchiere.

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