Venerdì scorso sono andato a scuola e non ho aderito allo sciopero per due ragioni. Innanzitutto non sono iscritto al sindacato CGIL, che considero troppo radicale; inoltre non posso permettermi di scioperare perché il mio stipendio è molto basso e ogni giornata di sciopero comporta una perdita economica per me significativa. Desidero però esprimere piena solidarietà a chi ha scioperato: le ragioni della protesta esistono e sono fondate.
Venerdì, pur essendo andato a scuola, ho notato una forte assenza di docenti e di personale. Curiosamente, però, queste assenze non erano dovute tanto allo sciopero quanto all’approssimarsi delle vacanze e alla coincidenza con il ponte festivo. Moltissimi docenti, così come il personale di segreteria e il personale ATA, hanno usufruito di permessi o di certificati di malattia, tutti legittimi, per prolungare il periodo di permanenza a casa. Si tratta di un fenomeno molto comune nella scuola, legato a una serie di problemi strutturali di cui la politica sembra non volersi fare carico.
Il primo problema riguarda il reclutamento dei docenti, che avviene quasi interamente dal Centro-Sud Italia. Molti insegnanti, come tutti noi, percepiscono stipendi bassi e sono costretti a sostenere spese elevate per affitti e viaggi. Durante il periodo natalizio, inoltre, i costi dei trasporti aumentano notevolmente: le compagnie aeree e ferroviarie, attraverso i loro algoritmi, alzano i prezzi dei biglietti in concomitanza con l’aumento della domanda. Ne deriva una doppia beffa: stipendi bassi, lontananza da casa e, spesso, lontananza anche da figli, mariti o mogli, con l’impossibilità di rientrare perché una parte consistente dello stipendio — un quarto o addirittura un terzo — deve essere destinata al viaggio.
Di fronte a questa situazione, si cercano inevitabilmente degli escamotage, soluzioni che probabilmente non sono nemmeno moralmente criticabili. Ciò che invece va criticato — ed era anche una delle ragioni dello sciopero della CGIL — è il fatto che docenti, collaboratori scolastici e personale di segreteria siano pagati poco. Se il reclutamento avvenisse sul territorio, coinvolgendo persone che magari dispongono di una casa di proprietà ereditata dalla famiglia e non devono sostenere spese di affitto, l’impatto sarebbe minore. Invece, poiché il reclutamento avviene prevalentemente dal Sud, le distanze sono reali e i costi altissimi.
Qualcuno, con amara ironia, mi ha fatto notare che con i soldi spesi per tornare a casa e stare con la famiglia — moglie e figli che nel tempo sono stati tutti trasferiti al Nord — si sarebbe potuta fare una settimana sul Mar Rosso. Fa sorridere, ma è la realtà.
Tutto il dibattito sul fatto che si scioperi di venerdì, che Landini voglia fare politica o che il governo abbia ragione, rappresenta soltanto una crosta superficiale, costruita ad arte per farci dimenticare i veri problemi. I problemi reali sono una vita di sacrifici, stipendi bassi e anche tensioni interne tra lavoratori, dovute alla mancanza di solidarietà. Chi resta a scuola, infatti, deve spesso supplire gratuitamente all’assenza dei colleghi, e questo genera comprensibile rabbia, pur accompagnata dalla consapevolezza delle difficoltà altrui.
Credo che l’attenzione dovrebbe concentrarsi su questi aspetti: sugli stipendi e sui problemi concreti legati alla casa e al trasferimento, che i lavoratori sono costretti a subire quando si spostano — in questo caso dal Sud al Nord, ma in futuro potrebbe anche avvenire il contrario. Si tratta di vere e proprie ingiustizie sociali, che meritano di essere affrontate seriamente.