Il Novello è Morto?

C’è stato un tempo in cui un certo vino arrivava annunciato sugli scaffali. Sì veniva annunciato. Letteralmente. Si raccontava del Giappone, fenomeno di massa, esagerazioni (se non ricordo male, qualcuno ci faceva il bagno). Più modestamente, qui nella provincia italiana, nell’enoteca Ferro a Omegna, appendevano delle locandine mobili, leggere, quasi sospese: nei ricordi mi viene sempre in mente qualcosa di calderiano, un piccolo mobile che si muoveva nell’aria per dire a tutti che era arrivato. Il Beaujolais Nouveau. Ma non uno qualsiasi, ma quel Beaujolais Nouveau: quello di Georges Duboeuf nella versione Beaujolais Villages con etichette floreali (ma chissà perché, mi ricordo anche degli uccellini). Un nome che, oggi, io so essere un marchio storico; allora era soprattutto una promessa di festa. E di bevute conviviali.

Mi piaceva così tanto che ricordo bene di averne comprate sei bottiglie a caro prezzo in un locale di Gozzano (che oggi non esiste più). Il Beaujolais Nouveau aveva una forza semplice: una regola chiara e uguale per tutti: stessa data, stesso stile, stesso messaggio. Vino giovane, fruttato, da bere subito. Piaccia o no (e a me piaceva e piace), non c’erano ambiguità. Poi è arrivato l’universo del novello italiano. E con lui, purtroppo, l’incapacità di darsi una regola condivisa. Uno diverso dall’altro. Percentuali di macerazione carbonica variabili, stili incoerenti, comunicazione confusa. Di quell’epoca ricordo soprattutto la ditta Bianchi di Sizzano, che faceva un novello 100% macerazione carbonica. Tecnicamente ineccepibile. Lo so, non era il più buono, ma ricordo lui e gli amici dell’allora famosa ditta con piacere.

Comunque si assaggiava. Si discuteva. Ci si confrontava fra amici. A Vicenza c’era Benvenuto Novello, una vera e propria mostra-mercato del vino novello. Ogni anno una celebrità apriva la prima bottiglia. Era spettacolo, certo, ma anche attenzione culturale. Il vino giovane aveva ancora diritto a una scena, a un racconto. Poi sono arrivati gli anni dell’oblio. E con loro le fake news: “Fermenta nello stomaco”, “Dopo Natale non è più buono”, “Si abbina solo alle castagne”. Frasi ripetute come dogmi, raramente verificate, spesso usate come alibi per smettere di berlo o peggio: per non provarlo nemmeno.Oggi il novello – e in parte forse anche il Beaujolais Nouveau – sopravvive a bassa voce. Poche bottiglie nei negozi. Pochissime nei ristoranti. Nessun rito collettivo. Nessuno ne parla. In una famosa enoteca di Oleggio Grande, quando gliel’ho chiesto mi hanno guardato con sussiego. Non so, potevo chiedere loro un anforato georgiano a fermentazione spontanea con lieviti indigeni e avrei avuto la loro considerazione. Chiedendo di Beaujolais no. E se avessi chiesto del novello, poi… Così sembra essere. Magari è solo la mia provincia, ma anche in rete poco trovo. Mancano storie. Forse manca il momento in cui valga la pena berlo insieme. E quelle locandine che si muovevano nell’aria, come piccoli Calder del vino, oggi mi mancano.

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