Ma i cuochi come fanno a mangiare così male? O meglio –ed è anche peggio-: come fanno a mangiare in maniera così dozzinale? Se l’andare al ristorante è un “atto culturale”, che cultura c’era all’ultima cena organizzata dalla FIC VCO, cioè dalla Federazione Italiana Cuochi sezione del VCO e Novarese, martedì scorso all’Hotel Regina Palace di Stresa? Oltre trecento i partecipanti. La cena era già scontata nel menù che abbiamo girato fra le mani, prima di iniziare: Le tre terrine autunnali, le loro salse e misticanze croccanti; le Chicche di patate e carciofi trifolati alla maggiorana; Riso superfino carnaroli “selezione Bianchetti” mantecato ai fiori di lavanda e fegato grasso al burro dolce e fiore di sale; Filetto di manzo in crosta di pane, jus profumato al tartufo estivi, patate rosolate, spinaci profumati allo scalogno; Torta di marroni e cioccolato. Traduciamo: tre assaggi di terrine varie ed una salsa, stile messicano, al cucchiaio; gnocchi; filetto in crosta; fetta di torta… All’assaggio: senza sensazioni particolari le terrine; separati dalla nascita gli gnocchi e la salsa ai carciofi: scarsa mantecatura? Cosa?; assemblati al momento il riso, al dente, e la salsa. Uno da una parte, l’altra dall’altra. Scarso. Peccato perché era il piatto più bello da vedere; buono, ma poco innovativo il filetto; familiare la torta. Che dire? Nella hall i cuochi partecipanti commentavano e criticavano i cuochi organizzatori, male… Forse la loro cena “di Natale” non è intesa come un “atto culturale”, ma solo come occasione per vedersi (ma come? I tavoli erano separati, dopo cena se ne sono andati via tutti velocemente…). Meno male allora che c’era la lotteria, meno male che c’era un po’ d’intrattenimento, meno male che c’erano le autorità, gli ospiti… La cena era in secondo piano. Ma allora perché non tenere l’assise dei cuochi in un McDonalds? Ci sono anche i clown a richiesta e si spende di meno (45 euro)…
Il vino, invero, era un poco meglio. Anzi, meglio. L’arneis del Castello di Neive (non “Meive” come scritto sul menù) era del 2008 ed aveva un profumo monocorde di lievito e crosta di pane. In bocca era più ricco, con piacevoli nuance di mela acerba, freschezze vegetali. Era poi fresco ed anche –curioso- un po’ allappante. Proprio poco. Meglio ancora il vino rosso, il dolcetto d’alba Chiarlo del 2008. Sull’etichetta riportava un bel logo: “Uve raccolte a mano”. Giusta dichiarazione. Aveva profumi di frutta rossa, note di legno, di fumée. Piacevoli. In bocca era corposo, fresco, equilibrato. Consolante per una cena così scontata e mal condotta.
Meno male che c’era la lotteria, meno male che c’era l’animazione, meno male che c’erano gli ospiti, meno male che c’erano gli sponsor… Meno male che c’era il vino, dico io.
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buonasera noi mangiamo bene e lei che si deve un po’ adeguare alla moda, e semplice scrivere provi a stare tante ore in cucina a lottare ai fornelli da anni.
Comunque l’apprezzo sempre nelle sue stesure e nei suoi mille e piu’ orpelli
Giulio uno chef
Giulio, vai oltre il titolo…