Il Bue Grasso alla corte del Divin Porcello

Felice coincidenza di interessi, ieri sera, fra gli organizzatori della Fiera del Bue Grasso di Moncalvo, La Pesa di Verbania che distribuisce l’olio e.v.o. di Piero Veglio in Moncalvo (un olio piemontese, dunque) e il Ristorante Tipico del Divin Porcello di Masera. Una felice coincidenza che mi ha portato ad una cena particolare con amici, vecchi e nuovi; per ragioni strane, direi quasi alchemiche (“ma dai, sei presidente della pro loco, esponente regionale dell’unpli, blogger”). Una cena realizzata per promuovere e far conoscere la 372ma edizione della “Fiera del Bue Grasso e Sagra del Bollito”. E di bollito se n’è, appunto, mangiato di ottimo, ben realizzato e generosamente servito dallo staff dell’elegante ristorante ossolano (un’osteria stile slow food, direi: un rustico curato, voluto; un locale pulito, piacevole; buona cucina ispirata alla tradizione, ottima scelta di vini… in stile, appunto): lo chef ci ha preparato: un apprezzato piatto di Carne cruda tagliata al coltello, servita con due emulsioni: prunent e rosso d’uovo con senape, aglio e prezzemolo, e un crostino con paté di olive piemontesi. Chi voleva, poteva condire con pepe, sale ed olio e.v.o. Robur di Moncalvo. Un olio dalla bella freschezza, piccante, pizzicante, dai sentori fruttati, ma delicato e veloce al palato. Sulla carne tagliata al coltello, alcune considerazioni: in questo caso, lo chef aveva optato per una dimensione simile a quella dei semi d’arancia; in altri locali, recentemente, l’ho mangiata dimensionata maggiormente, tipo al pascià di Invorio o il Magorabin di Torino. In un locale di Treiso, invece, il patron mi spiegava che lui la tritava perché così rimaneva più morbida, più condibile… Chi usa il coltello dichiara la tradizione e la maggiore morbidezza della carne, chi usa macinare punta sulla più facile personalizzazione del piatto. Chi ha ragione? A me piacciono tutte e due, ma mi sembrano proprio due piatti diversi. Li distinguerei fra loro. Nettamente. Con l’antipasto, ci hanno servito un grignolino d’Asti doc Cabiale (12°). Un vino difficile: al naso prometteva suadenze floreali, dolcezze di frutta rossa. Ma in bocca era, invece, asciutto, poco corposo, allappante, amaro. È così, ti viene da dire. Ma è difficile da accettare come vino. Meglio, la Barbera d’Asti doc La Leona del Castello di Razzano (13°) che ci è stata servita con il Risotto. Piatto classico, lavorato con il brodo delicato ricavato dal bollito, e servito con un fetta di lardo a guarnire ed emulsione di aceto balsamico. Buono. Meritava assai il piatto di bollito che ci hanno servito –e a ragione ci hanno detto di non salsare la carne, ma di assaggiarla così, solo con un poco di sale-, perché la testina era ottima, per nulla grassa ed untuosa; il muscolo era buono, asciutto e grasso nel contempo; la lingua era altrettanto buona; ottimo il biancostato (che a me è piaciuto assai); buono il cotechino. Le salse: beh, bagnetto verde, ottimo; senape industriale (ma si può fare in casa?), nota; mostarda, poco coraggiosa, poco piccante. Però, detto con sincerità, se ne poteva fare a meno: la carne era ottima anche da sola. Ecco un po’ di foto. Poi, mentre si aggirava fra i tavoli il dolce alle nocciole (non male), mi hanno chiamato a fare delle foto alle e con le autorità. Non ho capito bene il perché, ma mi sono compiaciuto ed ho promesso a me stesso che alla Fiera ci andrò… in the court of the crimson king










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2 risposte

  1. utente anonimo ha detto:

    Ricomincia ad andare a lavorare barbone
    Bevi troppo Fernet

  2. allappante ha detto:

    Marco sempre tu! Ciao 🙂

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