A Domodossola il TEDx che mi ha fatto scoprire Enrico Dandolo e, ancora una volta, Gualtiero Marchesi
Lo ammetto: fino a poche settimane fa non sapevo praticamente nulla dei TEDx.
Ne avevo sentito parlare, certo, ma li immaginavo come quelle conferenze un po’ americane, molto motivazionali, piene di slogan e storytelling costruito. Poi è arrivato un invito a Domodossola per assistere all’intervento di Enrico Dandolo, genero di Gualtiero Marchesi, e lì la cosa ha iniziato a incuriosirmi.
Più che per il TEDx, ero andato per Marchesi. O meglio: per quello che Marchesi rappresenta ancora oggi. Perché ridurre Marchesi alla figura del grande cuoco sarebbe limitante. È stato certamente uno chef rivoluzionario, il primo in Italia a ottenere le tre stelle Michelin, ma soprattutto è stato un pensatore. Un uomo di cultura. Un cuoco che parlava di musica, arte, equilibrio, essenzialità. Una figura quasi anomala per l’epoca.
Oggi siamo abituati a vedere chef che citano artisti, che parlano di filosofia del cibo, che curano l’estetica come linguaggio culturale. Ma negli anni Settanta e Ottanta non era così. La cucina professionale era ancora un mondo molto fisico, spesso dominato da grandi lavoratori, grandi tecnici, ma raramente da figure davvero acculturate.
Marchesi invece ascoltava musica classica, frequentava artisti, rifletteva sulla forma come farebbe uno scultore o un architetto. E questa cosa mi ha sempre colpito. Per questo il talk di Dandolo mi interessava. E devo dire che è stato uno degli interventi più belli della giornata.
Il tema del TEDx era “Il mondo da fare”, ma Dandolo ha preso una strada diversa rispetto a tanti discorsi sul futuro, sull’innovazione o sulla tecnologia. Ha parlato soprattutto di libertà creativa e di ricerca della verità. E lo ha fatto raccontando Marchesi in modo molto personale.
C’era una frase che tornava continuamente: “ma chi l’ha detto?”. Pare fosse una delle espressioni preferite di Marchesi. Qualcuno gli diceva “si è sempre fatto così” e lui rispondeva appunto: “Ma chi l’ha detto?”. Non come provocazione fine a sé stessa, ma come metodo mentale.
Dandolo ha raccontato molto bene questa idea del togliere invece che aggiungere. Ha citato la famosa seppia cotta al vapore sul proprio nero: un piatto quasi spiazzante per semplicità, soprattutto in un periodo in cui l’alta cucina tendeva all’eccesso e alla dimostrazione tecnica. Il punto, però, non era il minimalismo estetico. Era arrivare all’essenziale. E qui il discorso, secondo me, diventava interessante anche fuori dalla cucina. Perché Dandolo parlava continuamente di verità, forma e materia. Diceva che Marchesi partiva sempre dalla verità: dall’idea profonda di ciò che voleva esprimere. Solo dopo arrivavano la forma e infine la materia.
Detta così può sembrare astratta, ma in realtà il concetto era molto concreto: se parti dai numeri, dall’immagine o dal consenso rischi di costruire qualcosa che funziona, ma che non ha identità. Se invece parti da qualcosa di autentico, allora anche la forma trova il suo senso. È probabilmente questo il motivo per cui Marchesi continua a essere così attuale. Non solo per i piatti, ma per il modo in cui guardava il proprio lavoro.
Dandolo ha ricordato anche la scelta di rinunciare alle stelle Michelin nel 2008. Una decisione che all’epoca fece molto discutere. Lui l’ha raccontata non come un gesto polemico, ma come una ricerca di libertà: il rifiuto di cucinare per il giudizio degli altri. E in fondo il tema era sempre quello: non lasciarsi definire completamente da sistemi esterni, classifiche, approvazioni o modelli imposti.
Devo dire però che non è stato l’unico intervento interessante della giornata. Mi sono piaciuti molto anche il talk dell’architetto presente al TEDx e quello del musicista: entrambi capaci di portare sul palco esperienze personali ma anche riflessioni più ampie sul proprio lavoro e sul rapporto con la creatività.
Ed è forse qui che ho capito davvero il senso del format TEDx: mettere vicine discipline diverse e creare connessioni inattese. Allo stesso tempo, però, c’è una cosa della formula TEDx che non mi convince del tutto. Tutto è molto veloce, molto concentrato, quasi “monocratico”: una persona, un palco, pochi minuti, un’idea forte da lanciare. Funziona benissimo per attirare l’attenzione. È efficace. Ti accende curiosità.
Ma proprio perché molti interventi erano interessanti, mi è rimasta addosso una sensazione particolare: quella di aver assaggiato un antipasto molto buono senza poter arrivare al piatto principale. Il TEDx suscita una fame primordiale di sapere, ma poi interrompe il discorso proprio quando vorresti andare più a fondo. Ti lascia intuizioni, aperture, immagini. Però manca quasi sempre il tempo della digressione, dell’analisi critica, del confronto più lento e articolato. È il limite — forse inevitabile — di un format costruito sulla sintesi.
Per uno che era andato a Domodossola quasi solo per ascoltare qualche aneddoto su Marchesi, alla fine è stata comunque una sorpresa positiva. Anche perché il bello della giornata non stava tanto nelle “lezioni” impartite dal palco, ma nella capacità di far venire voglia di continuare a pensare una volta usciti dalla sala. E forse, in fondo, era proprio questo il vero obiettivo del TEDx.