Sto pianificando un viaggio a Reggio Emilia. Mostre, passeggiate, qualche giorno per guardarsi attorno con calma. E naturalmente ristoranti. E qui una domanda: i nomi dei ristoranti raccontano una città? Forse sì e a Reggio che storia raccontano?
Mi è bastata una rapida esplorazione su Tripadvisor per imbattermi in una serie di insegne che sembrano uscite da un romanzo gastronomico padano, ironico e dissacrante. La prima che colpisce è Porca Polenta. Un nome che è già una dichiarazione di intenti: autoironia, territorialità, mais, burro e probabilmente quantità generose. Poco dopo compare Tabarino Osteria Popolare, parola quasi dimenticata che rimanda ai locali serali popolari del Novecento, fumosi e un po’ equivoci, tanto che durante il fascismo “tabarino” venne persino usato come alternativa italianizzata a nightclub. Poi arriva il capolavoro assoluto: Terme del Colesterolo. Qui l’Emilia raggiunge la perfezione ironica. Nessuna finzione salutista: il locale si presenta direttamente come luogo di cura attraverso grassi animali, bolliti e salumi.
Altri nomi continuano la stessa linea narrativa: Trattoria del Macellaio, dove non servono metafore ma basta la specifica; poi Mangiamore, raffinato gioco di parole tra “mangia, amore” e “mangiamo” (non credo si riferiscano ai piccoli frutti, infatti); oppure Lambuscheria Bolle Quadre, che trasforma il Lambrusco in categoria esistenziale. Le “bolle quadre” sono quasi un manifesto dadaista della gastronomia emiliana.
Ci sono poi i nomi contemporanei: Erbe Food and Drink Vegetale, Macramè (un lavoro di merletto: perfezione, cura dei dettagli?), poi Agrofficina. Qui emerge un’altra Reggio Emilia, più urbana, creativa, universitaria. Ma anche in questi casi resta fortissimo il rapporto tra cucina e linguaggio. “Agrofficina”, per esempio, appartiene a quella famiglia di nomi che mescolano agricoltura, artigianato e industria: agro, officina, laboratorio. Spirito emiliano? Sembrerebbe di sì, visto che lo stesso immaginario lo ritroviamo in uno dei grandi luoghi storici della gastronomia reggiana contemporanea, la celebre Clinica Gastronomica Arnaldo, per anni riferimento importante della cucina d’autore reggiana. La cucina che va oltre: terapia dell’anima e del corpo.
Per curiosità ho confrontato questa fantasia gastronomica con Novara, città vicina a me e più piccola, più a nord e apparentemente più sobria. Eppure anche qui compaiono nomi sorprendenti: La Rima, poetico e quasi letterario; Lassa Sta, espressione dialettale di filosofica rassegnazione piemontese; Locanda delle Due Suocere, da commedia all’italiana; oppure il simbolico Circolo della Paniscia, dove il piatto simbolo novarese diventa bandiera identitaria. Ma la differenza resta evidente. Qui l’evidenza gastronomica tende a essere più trattenuta, più domestica, quasi circolistica. A Reggio Emilia invece il ristorante diventa spettacolo conviviale, abbondanza dichiarata, teatralità del cibo. “Terme del Colesterolo” potrebbe nascere soltanto in una terra che considera il maiale non un ingrediente, ma una visione del mondo.
E chiudo con la domanda iniziale (che meriterebbe una tesi di laurea): i nomi dei ristoranti di una certa località, area, regione umana… raccontano qualcosa della sua identità, della sua visione della vita?