Paolo Nori: la sensazione di leggere sempre lo stesso libro

Sto leggendo il secondo libro di Paolo Nori. Questa volta è Vi avverto che vivo per l’ultima volta, la sua biografia-romanzo dedicata ad Anna Achmatova — o Akhmatova, secondo la traslitterazione più comune. Una figura enorme della poesia russa del Novecento, che però, lo ammetto, ho frequentato poco.

L’incontro con Nori è nato quasi per caso. L’anno scorso era venuto a Verbania per gli incontri legati al Premio Strega. Mi era piaciuto il suo modo di parlare: quel tono apparentemente dimesso, ironico, laterale. Così avevo comprato Chiudo la porta e urlo. Poi ero anche andato a sentirlo a Milano. Poi avevo seguito il suo podcast A cosa servono i russi e Due volte che sono morto

Ecco, dopo questa piccola frequentazione, l’impressione che mi rimane è curiosa. Non riesco a dire che Nori sia brutto. Sarebbe falso. Ma non riesco neppure a evitare la sensazione che scriva sempre lo stesso libro.

Anche in questo libro c’è questo continuo andare avanti e indietro nel tempo e nello spazio. Le vicende personali dell’autore si intrecciano costantemente con quelle dei protagonisti russi che racconta: la fine della Russia zarista, la rivoluzione, il crollo di un mondo, il Novecento sovietico, le persecuzioni, le ossessioni della letteratura russa. Tutto viene filtrato attraverso la sua voce personale, le sue deviazioni, le sue ripetizioni.

Ed è proprio sulle ripetizioni che lui stesso scherza. A un certo punto dice che dovrebbe darsi una multa ogni volta che ripete qualcosa. È una battuta intelligente, perché disinnesca in anticipo la critica. Però resta vera: leggerlo significa accettare una specie di ritmo circolare, ipnotico, dove certi temi, certe inflessioni, certi movimenti tornano continuamente.

Il problema — o forse il fascino — è che questa ripetizione non è soltanto stilistica. È proprio un modo di guardare il mondo. Nori costruisce i suoi libri come mosaici incompleti: piccoli frammenti, episodi, soprannomi, dettagli familiari, ricordi personali, aneddoti apparentemente insignificanti. Li mette lì uno accanto all’altro e lascia che sia il lettore a comporre il disegno finale.

Nel caso di Anna Achmatova, il tentativo è quasi disperato: raccontare una figura enorme, tragica, difficilmente afferrabile, senza trasformarla in monumento. E allora Nori entra ed esce continuamente dalla biografia, alternando intuizioni molto profonde a momenti volutamente dispersivi, persino banali. Ma forse quella banalità serve proprio a restituire il caos della vita vera e della memoria.

C’è poi la sua bonomia emiliana, quel tono da persona che sembra sempre raccontarti qualcosa davanti a un bicchiere di vino. Una simpatia reale, quasi disarmante, che gli permette di tenere il lettore anche quando si perde in digressioni apparentemente marginali.

Alla fine, il paradosso è questo: leggere Nori dà spesso la sensazione di leggere sempre lo stesso libro. Però, stranamente, viene voglia di continuare.

E quindi continuo anch’io. Intanto finisco questo.

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