Asmara Negroni: un fantasma coloniale nel bicchiere

“Le mie letture sulla storia coloniale italiana e sulle sue risonanze nella gastronomia contemporanea mi hanno portato a un incontro curioso: un cocktail italiano con un nome d’Africa.”

Nel mio girovagare tra saggi e vecchi ricettari in rete ho trovato una piccola curiosità d’epoca: l’Asmara Negroni. Niente di così esotico, in realtà: si tratta di una versione più chiara, quasi evanescente, del già italianissimo Negroni. Sfogliando Cocktails Portfolio di Amedeo Gandiglio (Torino, 1947), illustrato da un giovanissimo Ettore Sottsass, compare una voce enigmatica: “Asmara o Negroni”. Qualche goccia di Bitter Campari, 2/3 di Gin, 1/3 di Vermouth Grassotti bianco, Scorza d’arancia. Preparazione: in mixing glass con ghiaccio, mescola bene, filtra e servi in coppa. Una ricetta che taglia l’amaro, alleggerisce il corpo e vira verso il Martini più che verso l’Americano. Il risultato? Un Negroni più secco, più trasparente, meno rosso: il riflesso pallido di un impero appena dissolto.

Ma anche il Negroni ha una storia italiana: Firenze, 1919 circa. Il conte Camillo Negroni chiede al barman Fosco Scarselli di rinforzare il suo Americano sostituendo la soda con gin. Nasce così il mito: 1/3 gin, 1/3 vermouth rosso, 1/3 bitter Campari, scorza d’arancia. Un equilibrio aggressivo che in un secolo ha attraversato guerre, mode e continenti, fino a diventare un simbolo di italianità nel mondo.

Ma torniamo al nostro Negrini Asmara o Asmara che è poi il nome della capitale dell’Eritrea che sorge sull’altopiano del Corno d’Africa. Fu il cuore dell’esperienza coloniale italiana dal 1885 al 1941: strade geometriche, palazzi razionalisti, caffè e bar in stile déco. Una piccola Roma d’Africa dove l’espresso conviveva con il gin tonic, e l’aperitivo era rito d’identità. Chiamare un cocktail “Asmara” nel 1947 non era un omaggio turistico, ma un gesto nostalgico: l’eco di un’Italia che voleva tenere in vita l’immaginario dell’Impero anche dopo la sua fine.

Oggi le uniche prove dell’Asmara Negroni stanno in quella pagina del ricettario di Gandiglio.
Nessuna menzione sui giornali dell’epoca, nessun bar noto che lo servisse davvero. Almeno così ho trovato dopo una ricerca in rete. Una suggestione cartacea, forse nata nei circoli degli ufficiali o nei caffè coloniali, poi dimenticata insieme a quella stagione. E ad Asmara oggi? Ho cercato anche lì. Nei locali storici — Bar Zilli, Casa degli Italiani, i lounge degli hotel cittadini — il cocktail non compare nei menu pubblicati. La città sembra conservare i suoi caffè e il gusto del vermouth, ma non il nome di quel drink “italiano d’Africa”.

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