Da mesi sento parlare del problema della casa. Dalla Spagna all’Italia si discute di piani casa, di edilizia popolare, di affitti che molte persone non riescono più a permettersi. Da questo punto di vista sono stato fortunato. Da ragazzo ho comprato un appartamento a Omegna, a rate, dove adesso vivono la mia ex e mio figlio. In seguito ho ricavato la mia abitazione nella casa dei miei genitori. Tra quello che ho acquistato, quello che ho realizzato e quello che ho ereditato, una casa di proprietà l’ho sempre avuta. Non ho mai vissuto in affitto.
Ho sempre considerato l’affitto uno spreco di denaro. Ricordo le discussioni con Isabella, che sosteneva invece che quei soldi potessero rendere di più se investiti diversamente: comprare una casa significa immobilizzare un capitale. Non so chi avesse ragione. So però di avere ereditato dai miei genitori quella passione tutta veneta per la casa di proprietà, per l’idea di avere un tetto che sia tuo.
Quello che mi stupisce è che, nella realtà in cui vivo, vedo moltissime case vuote. Abbandonate, qualche volta; altre volte semplicemente non abitate, mantenute alla meglio, lasciate lì.
Basta attraversare i paesi. Non parlo di quelli affacciati sul lago, che il turismo ha trasformato, ma dei centri un po’ più interni. Anche nel centro storico di Omegna si incontrano case malmesse, edifici che sembrano aspettare qualcosa da anni. E poi ci sono i paesi di montagna, dove in certi punti le abitazioni abbandonate sembrano più numerose di quelle utilizzate.
Mi viene da pensare che le case, più che mancare dappertutto, non si trovino dove oggi le persone hanno bisogno di vivere. Ci sono città come Milano, dove trovare un’abitazione a un prezzo accessibile sembra diventato un’impresa, e ci sono le valli, la media montagna, i paesi vicini ai laghi ma senza affaccio sull’acqua, dove le case inutilizzate sono moltissime.
A volte basta fare un giro la sera, anche nei borghi apparentemente più abitati. Non a notte fonda: alle nove, quando si immagina che la gente sia ancora sveglia, che abbia una luce accesa, che guardi la televisione. Si vedono tante finestre buie. Certo, una finestra buia non dimostra che una casa sia vuota, ma in certi luoghi la sensazione di spopolamento è difficile da ignorare.
Eppure continuiamo ad avere bisogno di case.
È questo il passaggio che mi sfugge, o che almeno vorrei capire meglio. So che una casa vuota in montagna non risolve automaticamente il problema di chi lavora a Milano. Per vivere in un posto servono anche lavoro, servizi, collegamenti. E una casa vecchia, magari da ristrutturare completamente, non diventa abitabile soltanto perché qualcuno ne ha bisogno.
Ma tutto questo patrimonio inutilizzato può entrare nel discorso sul problema della casa?
In alcune zone serviranno certamente abitazioni a prezzi popolari. In altre, forse, bisognerebbe aiutare a recuperare quelle che ci sono già. E bisognerebbe ragionare anche su chi possiede una casa di cui non sa più che cosa fare: non la usa, non riesce a venderla, non ha i soldi per sistemarla e finisce per lasciarla andare.
Si potrebbero immaginare incentivi per chi la mette a disposizione, agevolazioni sulle imposte in cambio di un utilizzo concreto, forme di cessione che permettano di recuperarla. E, dove il recupero non ha più senso, forse bisognerebbe affrontare anche il tema delle demolizioni, invece di aspettare che gli edifici cadano da soli.
Non ho una soluzione pronta. Mi sembra però che, quando parliamo di piani casa, dovremmo guardare anche alle case che abbiamo già. Perché, almeno nei luoghi che conosco, c’è un patrimonio enorme che resta inutilizzato, mentre altrove avere un tetto diventa ogni giorno più difficile.