La cucina italiana patrimonio immateriale dell’Umanità: non un museo, ma una cultura viva

Quando si parla del riconoscimento della cucina italiana come patrimonio immateriale dell’Umanità, la prima reazione di molti è di entusiasmo. Subito dopo, però, arriva anche una certa confusione. Che cosa è stato davvero premiato? I piatti? Le ricette? La pasta al forno, i ravioli, il ragù della domenica?

In realtà, se si guarda più da vicino, si fa fatica a sostenere che il premio riguardi “la cucina” nel senso stretto del termine. Non è stata premiata una lista di piatti, né un canone immutabile di preparazioni tradizionali. È stata premiata, piuttosto, una cultura della cucina.

Tradizione e avanguardia: un falso contrasto

Basta osservare ciò che accade nei ristoranti stellati, quelli che spesso consideriamo l’avanguardia della cucina italiana. Non serve nemmeno andarci di persona: è sufficiente scorrere i video dei foodblogger in rete per rendersi conto che molti piatti hanno poco a che fare, almeno in apparenza, con la tradizione così come la immaginiamo. Tecniche moderne, ingredienti inusuali, presentazioni che sembrano opere concettuali più che piatti della nonna. Se il riconoscimento UNESCO fosse stato assegnato alla “cucina” come repertorio di ricette tradizionali, tutto questo apparirebbe una contraddizione evidente. Ma non lo è. Perché la cucina italiana non è mai stata una fotografia statica, bensì una realtà in continuo movimento.

La cucina reale degli italiani (oggi)

C’è poi un altro elemento spesso ignorato: come mangiano davvero gli italiani oggi. Il “popolo”, chi ha pochi soldi in tasca, frequenta fast food, kebab, ristoranti cino-giapponesi all you can eat; poi c’è la pletora di piatti pronti e di semilavorati che invade i supermercati: tutti tradizionali? Non direi… Sono tutti, o quasi, cibi che sembrano lontanissimi dalla tradizione. Eppure anche queste esperienze fanno parte del nostro vissuto quotidiano. Forse oggi non le consideriamo “cucina italiana”, ma è molto probabile che in futuro qualcosa rimarrà, qualche contaminazione, qualche abitudine, qualche gusto assorbito e trasformato. È sempre successo così nella storia dell’alimentazione.

Non una nebulosa di piatti, ma un modo di vivere

Pensare che la cucina italiana sia stata premiata perché coincide con un’idea rassicurante fatta di ravioli, lasagne e piatti “come una volta” significa fraintendere completamente il senso del riconoscimento. Non si può premiare una nebulosa di ricette in continua trasformazione. Quello che è stato premiato è altro:

  • l’amore degli italiani per il cibo,
  • la convivialità,
  • il mangiare insieme,
  • la trasmissione dei saperi da una generazione all’altra,
  • il valore sociale e culturale del cucinare e del condividere il pasto.

È questa la vera eredità immateriale: un rapporto profondo con il cibo come linguaggio culturale, non come oggetto da museo.

Una cucina che vive, non che si conserva sotto vetro

Chi immagina la cucina italiana come un museo rischia di condannarla all’irrilevanza. I musei, se non sono vissuti, reinterpretati, attualizzati, alla lunga stufano. La cucina no: vive solo se cambia, se assorbe, se dialoga con il presente. Il riconoscimento UNESCO non è una teca di vetro, ma un invito a continuare a vivere la cucina italiana per quello che è sempre stata: una tradizione dinamica, fatta di memoria e innovazione, di casa e ristorante, di quotidianità e festa. Ed è proprio per questo che merita di essere considerata patrimonio dell’Umanità.

Visite: 231

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *