Io non ricordo
Io non ricordo il campo minato di Sarajevo, dove passavamo ignari Vincenzo, Stefano ed io. Io, forse, ero troppo “affascinato” da una città tutta traforata, segnata, bruciacchiata, strappata… come essere dentro ad un pizzo enorme, creato da un gigante. Forse ero troppo preso per accorgermene. Io guardavo, fotografavo, forse un po’ inebetito da una simile visione. Vincenzo altrettanto: fotografava, scriveva, incontrava…
Era il 1997 ed io, Vincenzo e Stefano eravamo andati in auto a Sarajevo per coordinare un aiuto alla locale scuola alberghiera voluto dalla ditta Piazza e da altri sponsor privati. Ci avevano ospitati in centro, nelle strade del bazar orientaleggiante. Qua e là, nastri rossi e bianchi a segnalare le zone non sminate, poi croci e lapidi nei parchi.
Senza accorgecene, siamo andati avanti ed indietro su un terreno che nascondeva ancora delle mine (mi racconta Vincenzo). Pochi giorni dopo, gli hanno poi detto, lì sarebbero morti dei bambini. Mentre giocavano. Noi, no. Noi siamo sopravvissuti. E Vincenzo se lo ricorda sempre. Io ho rimosso. Lui, invece, ricorda questo ed altro: ricorda una ragazza che gli si offrì a poco e ricorda il di lui imbarazzato diniego; ricorda la carriola scassata con cui una bimbetta trasportava della legna; ricorda la postazione del cecchino cetnico con il suo tappeto di bossoli e la sua sedia da giardino scassata su cui sedeva a decideva della sorte altrui; ricorda le mie manciate di bossoli; ricorda la scuola dei ciechi e i bambini prigionieri della guerra…
Io mi ricordo soprattutto del museo cittadino e delle lapidi bogomile scheggiate, le macchie rosse al mercato fra i sacchi di cipolle e peperoni dolci, poi sulle strade, sui muri. Buchi riempiti da cemento colorato ad indicare che lì, a causa delle bombe, qualcuno era morto. Tanti morti. Poi ricordo la scuola, tutta traforata dai proiettili; ricordo l’albergo HolidayInn,


tutto distrutto da una parte ma vivo e vitale dall’altra -per tutto l’assedio- dove fummo invitati a pranzo e dove si ebbe un interessante saggio di cucina balcanica: un mix fra tradizioni diverse, oriente ed occidente mescolati. Un buon vino bianco, marchiato Stankela ad accompagnare.
Per anni ho cercato quel nome nelle fiere. Poi l’ho trovato, grazie ad internet e ad un’associazione di Omegna: i Pellegrini della Solidarietà e della Pace molto attivi fra Italia e Bosnia. A loro ho chiesto di proìcurarmi due bottiglie e loro lo hanno fatto. Ora ho in cantina due bottiglie di Stankela che aprirò con Vincenzo e Stefano alla prima occasione. Un po’ per ricordare quei giorni strani in una città appena uscita dalla guerra e un po’ per ritrovare un buon vino e il sapore di quella tavola balcanica.
Struggente racconto di esperienze di vita…bravo prof.
Assaggiato Stankela 2006, 12,5°, Urhusko Bijelo Suho Vino Mostar Skog Vino Gorya… Vino dai profumi terziari di minerale, zolfo… in bocca è asciutto, fresco e leggero. Buono davvero!