Il Soffocone

Sono andato a mangiare in un ristorante di Maggiora, con una bella bottiglieria. In alto, fra quelle bottiglie che sono arredamento, oggetti da esposizione non vini da ordinare, a volte piene ea volte vuote, c’era una bottiglia che mi ha incuriosito: il Soffocone di Vincigliata, di Bibi Graetz. La conoscevo già: è un vino il cui nome e la cui etichetta alludono al sesso, al sesso orale in quessto caso.

Eccoci al solito problema delle etichette ambigue. Non ho mai capito fino in fondo se mi piacciano oppure no. Mi fanno sorridere, qualche volta mi sembrano una trovata un po’ facile. Però devo riconoscere che, in questo caso, il risultato l’hanno ottenuto: mi è venuta voglia di assaggiare il vino. Purtroppo non era disponibile. Di quel vino era arrivata una sola bottiglia, portata lì da qualcuno e da qualcuno bevuta, e il nostro incontro si è fermato all’etichetta. Sarà per un’altra volta. Intanto vediamo che cos’è questo Soffocone.

Partiamo dal nome, così ci togliamo il pensiero. Nel gergo fiorentino, “soffocone” indica una fellazione. L’allusione, quindi, c’è tutta, e il disegno sull’etichetta provvede a suggerirla anche a chi non possiede un vocabolario aggiornato delle espressioni toscane. La storia raccontata attorno al vino rimanda alla collina di Vincigliata, nei dintorni di Fiesole: un luogo panoramico, affacciato su Firenze, frequentato dalle coppiette in cerca di intimità. Da quegli incontri sarebbe nata l’ispirazione. La cantina, più pudicamente, parla di una delle vedute più romantiche della città. Anche il romanticismo, d’altra parte, può avere sviluppi diversi.

Bibi Graetz ha una formazione artistica e realizza le immagini delle proprie etichette. In un’intervista ha raccontato che quella del Soffocone è stata l’unica a nascere prima del vino: normalmente produce il vino e poi ne immagina l’etichetta. Qui il disegno era già pronto. Restava da riempire la bottiglia.

Dentro, comunque, c’è una storia enologica precisa. Il Soffocone è legato al vigneto di Vincigliata, sulla collina dove Graetz ha iniziato la propria attività. Le uve provengono da terreni ricchi di galestro, con esposizioni fra sud e sud-ovest. Nelle schede recenti il produttore lo presenta come un tributo al Sangiovese, interpretato attraverso la freschezza e l’eleganza di questo luogo.

Cercando informazioni sull’annata 2023, però, ci si imbatte in un piccolo pasticcio. Diversi negozi riportano ancora un assemblaggio di Sangiovese, Canaiolo e Colorino, mentre altre schede indicano Sangiovese in purezza. Il vecchio assemblaggio è documentato per annate passate; il 100% Sangiovese compare già nella scheda ufficiale del 2022 ed è indicato dal distributore anche per l’edizione natalizia 2023. Tutto fa pensare che alcune descrizioni commerciali si siano trascinate da un’annata all’altra. Non avendo reperito la scheda ufficiale specifica del 2023, una piccola riserva sulla precisione dei dati resta.

La lavorazione descritta nelle schede recenti prevede fermentazione con lieviti indigeni, senza controllo della temperatura, in grandi botti da trenta ettolitri. Una decina di giorni di fermentazione, ancora qualche giorno di macerazione e poi diciotto mesi di affinamento in botte grande. Il profilo dichiarato è quello di un rosso di buona struttura e freschezza, con richiami alla ciliegia, ai frutti rossi, alla viola e alle erbe secche.

Sono descrizioni che, per ora, devo prendere in prestito. Non avendolo bevuto, non posso raccontarvi quanto sia elegante il tannino o quanto duri il finale. Posso raccontarvi la curiosità che mi ha lasciato quella bottiglia, rimasta lassù. Sull’etichetta continuo ad avere il mio dubbio. Il confine fra ironia e trovata pubblicitaria dipende anche dall’umore di chi guarda.

Se capiterà, l’assaggerò (ma senza fretta però). Intanto però un pensiero un po’ malandrino mi corre. Con la cifra che spenderei per comprare una bottiglia, anche magari qualcosa di meno, potrei farmi fare un “soffocone” da una mercenaria! Ahahahahahaha

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