Il mondo viaggia in seconda classe

Dopo una notte tormentata in un albergo vuoto, davanti a un ventilatore dal suono potente e monotono (mi sembrava di essere al Santopalato, ristorante futurista). Ecco, dopo una notte insonne, la mattina mi sono “svegliato” con l’idea di tornare a casa. Ero a Torreglia, un paesino dei Colli Euganei e, come ormai facciamo quasi tutti, ho guardato sul cellulare quale fosse il modo migliore per raggiungere Padova. Ho scoperto che passava un pullman e che il biglietto si poteva fare direttamente a bordo. Sono partito così, attraversando Abano Terme e altri paesi molto carini, fino ad arrivare a Padova.

Da lì ho fatto duecento metri a piedi e sono arrivato alla stazione. Sempre con il cellulare ho cercato e comprato il biglietto più economico per arrivare a Milano. Il viaggio prevedeva un cambio a Verona, dove ho aspettato circa mezz’ora la coincidenza.

Ho viaggiato su treni di seconda classe molto pieni, soprattutto di turisti. Ed è stata proprio questa una delle cose che mi hanno colpito di più. C’era veramente gente di ogni provenienza: donne velate che mi sembravano indonesiane o malesi, poi giapponesi, cinesi, giovani europei del nord, pensionati inglesi, famiglie tedesche e francesi, coreani, africani… il mondo, appunto. Qualcuno era forse un nostro immigrato ma c’erano davvero tantissimi turisti, spesso con grosse valigie al seguito. Un piccolo mondo in movimento.

Questi treni pieni sono il segno che la gente ha voglia di viaggiare, ma anche che molti turisti vogliono risparmiare. Non esiste soltanto il turismo dei ricchi. Non tutti sono disposti, o possono permettersi, di spendere cifre importanti per viaggiare con il Frecciarossa o con altri treni più veloci e costosi. C’è anche chi sceglie mezzi più economici, accettando qualche fermata e magari qualche ritardo.

E devo dire che questi treni sono comunque belli e confortevoli: c’è l’aria condizionata, spazio per i bagagli, le carrozzine (e per le biciclette (anche quelle c’erano!)), prese per ricaricare il cellulare e, nel complesso, si viaggia bene. L’unica cosa che manca, secondo me, sono più bagni: due o tre servizi per tutto il convoglio possono essere pochi quando il treno è così affollato. E manca anche un piccolo servizio di ristoro. Basterebbe una macchinetta per comprare una bottiglia d’acqua o, ancora meglio, un venditore con un carrellino, un po’ come avviene sugli aerei. Nelle stazioni si trova tutto, naturalmente, ma durante il viaggio può capitare di avere bisogno anche soltanto di una bottiglia d’acqua.

Dopo Milano ho ho incontrato anche una giovane famiglia napoletana: lui, lei e la loro bambina. Persone deliziose, con cui è stato naturale scambiare qualche parola. Stavano affrontando un lungo viaggio ed erano diretti a Verbania, a casa di un amico.

Lui lavora come autista di pullman ed è nel settore del noleggio con conducente. Ma niente contratto “come si fa al Sud”. Da quando è diventato padre, però, sente ancora più forte la necessità di trovare un lavoro stabile e regolare. Il suo amico gli ha parlato della possibilità di lavorare in Svizzera e così sta cercando di capire se sia possibile costruire una nuova prospettiva per sé e per la propria famiglia. L’idea è anche quella di trovare una sistemazione in una zona che permetta loro di organizzare una vita più sicura e, soprattutto, di poter contare su un contratto regolare. Perché, mi spiegava, quando hai una figlia la precarietà fa molta più paura.

È stato un incontro breve, ma credo che dica molto anche di un altro problema del nostro Paese: perché tanti italiani fanno pochi figli o decidono di non averne affatto? Certamente esistono persone che non desiderano diventare genitori e fanno legittimamente altre scelte di vita. Ma ci sono anche tanti ragazzi e tante ragazze seri, responsabili, che forse vorrebbero costruire una famiglia e che invece rinunciano o rimandano perché hanno paura del futuro.

Una figlia, per quel giovane padre incontrato quasi per caso su un treno, non aveva significato soltanto diventare genitore. Aveva cambiato il suo modo di guardare al lavoro, alla sicurezza economica, alla casa e al domani. E forse dietro i numeri sulla denatalità ci sono anche storie semplici come questa, che raramente entrano nelle statistiche.

In ogni caso, viaggiare in seconda classe rimane un’esperienza particolare e, per certi versi, anche bella. Si incontrano persone, si ascoltano storie, si osserva un’umanità molto diversa da quella che magari siamo abituati a frequentare. E soprattutto ci si ricorda di una cosa semplice: il turismo deve essere di tutti. Viaggiare, conoscere luoghi e incontrare persone non dovrebbe essere un privilegio riservato soltanto a chi può permettersi di spendere molto.

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