Una notte, una decina di giorni fa, mi sono svegliato con un dolore forte all’inguine, sulla destra. Ho pensato subito ai calcoli renali. Diagnosi mia, naturalmente. Ho cominciato a camminare per casa, a bere acqua e a prendere i medicinali che pensavo potessero alleviare il dolore.
Andare al Dea? Mi sembrava troppo. Non ci sono andato. Qualcosa, poco, è servito e sono arrivato alla mattina.
Prima tappa, la farmacia: altri medicinali e una boccetta di “spaccapietre”, nella speranza di disfare quei calcoli che, nella mia testa, avevo già accertato. Intanto cerco di contattare il medico. Al telefono non riesco a parlare con la segreteria, così scrivo una mail. Mi fissano un appuntamento per il giorno successivo, alle diciotto.
Vado a scuola, ma avverto: se passo un’altra notte così, resto a casa.
Ed è proprio quello che succede. Dolori, medicinali, passeggiate notturne per le stanze. Mi metto in malattia e comincio una dieta leggera.
Il medico mi visita, senza individuare la causa del dolore. Esco con due impegnative: ecografia ed esame delle urine.
Vado in ospedale. Nonostante l’urgenza indicata, l’ecografia è per il giorno dopo. Prendo il contenitore per le urine e torno la mattina successiva per consegnare il campione e fare l’esame. La notte, grazie ai medicinali, è passata abbastanza bene. Continuo a bere come un ossesso e, di conseguenza, a frequentare assiduamente il bagno.
L’ecografia non chiarisce nulla. Neppure le urine daranno una spiegazione.
Il dolore, invece, rimane.
Passo il fine settimana fra fitte, crampi allo stomaco e diarrea. Gli antidolorifici mi danno un po’ di sollievo, ma la domanda resta sempre la stessa: che cosa ho?
Il lunedì cerco di nuovo il mio medico. Non c’è. Il sostituto non ha posto. Provo allora con una clinica privata: appuntamento per mercoledì.
Nel frattempo il male sembra attenuarsi. Continuo la dieta, continuo a bere, benché di quei presunti calcoli non sia emersa traccia.
Mercoledì la dottoressa mi visita. Centotrenta euro, con fattura: almeno quella, meglio del mio idraulico. Anche lei non individua la causa e mi prescrive una sfilza di esami.
Ricontatto il mio medico: è ancora assente. Il sostituto è oberato di appuntamenti. Il primo disponibile è per venerdì della settimana successivacrea. Lo prendo.
Intanto mi informo per fare gli esami privatamente. Il preventivo supera i cinquecento euro.
Aspetterò.
Poi mi viene in mente una cosa: noi professori non abbiamo una copertura assicurativa aggiuntiva? Quella novità di quest’anno? Vado a vedere, con un barlume di speranza. Per quello che riesco a capire, gli esami e le visite di cui ho bisogno non sono coperti. Se mi faccio male, forse. Ma per quello che mi sta succedendo non trovo un aiuto.
Una copertura che, proprio quando ne cerco l’utilità, mi lascia scoperto.
Così aspetto. Il dolore e i fastidi vanno e vengono. Una notte mi sveglia una fitta, un giorno ho problemi intestinali. I medicinali sono sempre a portata di mano. La dieta continua, la preoccupazione cresce.
Chissà che cosa ho.
Non pretendo che un medico capisca tutto al primo sguardo. Capisco che servano accertamenti, che i sintomi possano essere poco chiari, che gli ambulatori siano pieni. Ma nel frattempo io sto male. E passo le giornate a cercare appuntamenti, scrivere mail, chiedere prezzi, aspettare risposte.
Mi sono anche chiesto se avrei dovuto andare subito al pronto soccorso. Forse sì. Quella notte mi sembrava eccessivo; adesso mi ritrovo ancora senza una spiegazione, dopo giorni di dolore e tentativi.
Intanto ascolto i proclami della politica sulla sanità. Penso a quella piemontese, alle sue difficoltà, e alla distanza fra le parole e quello che sto vivendo.
Con cinquecento euro potrei provare ad accelerare gli esami. Senza, aspetto. E penso a chi quei soldi non può proprio tirarli fuori.
La malattia è già una preoccupazione sufficiente. Dover trovare da soli la strada per capire che cosa si ha ne aggiunge un’altra.
Gli appuntamenti hanno il loro calendario. Il dolore, purtroppo, non lo rispetta.