I Sapori della Terra di Mezzo

Invidio Michele, perché lui ha capito che c'è una cosa per cui vale la pena di vivere: scrivere. Ma non l'articolo, il frammento, il post… bensì il romanzo, il saggio, il viaggio. Lo invidio e prima o poi lo copierò. Non c'è soluzione: vivere e scfrivere. E lui fa così: sempre meno giornalismo e sempre più letteratura, una letteratura che si fa giornalismo o viceversa… difficile capire. Quanta poesia e quanto romanzo ci sia in un libro apparentemente realista come “I sapori della terra di mezzo” (Guido Tommasi Editore) per esempio non è dato di cogliere. In sé il libro è infatti in apparenza solo un viaggio compiuto nella tradizione naturale, contadina, gastronomica “tra Lomellina e Valle del Ticino”: un mosaico di personaggi, fatti storici, realtà vera e presunta, umano trasporto e sguardo distaccato. Un bel libro, da leggere. Alla sua stesura un poco ho contribuito pure io (ed infatti figuro fra ringraziamenti). Dedica di Pascal: “I fiumi sono strade che camminano”: centrato il filo conduttore. Dodici i capitoli, trentacinque le ricette tradizionali presentate (alcune assai rare), 189 le pagine totali. Nel capitolo dedicato ai vini, “Tra vigne e vini sulle colline novaresi” si citano lo zio Piero e Mario Soldati ed alcuni produttori: la Cantina Sociale di Oleggio, “la più antica cantina cooperativa d'Italia. Non che questo faccia automaticamente buono il vino, ma ne racconta il percorso”; Rovellotti, “che conducono un'azienda che il padre Guido, ormai scomparso, ha voluto nell'antico Ricetto di Ghemme”; Cantalupo, “il signore del vino novarese per eccellenza è Alberto Arlunno… silenzioso, schivo, profondo”; “il morbido boca dell'Azienda Le Piane” (non sono d'accordo ndr); “il fara Caramino di Dessilani”; “o vini da brindisi giocosi come il Luminae, da uve erbaluce, bianco di Bianchi”; “a Bogogno l'elegante Azienda Agricola Ca' Nova”; a Suno “la cantina tradizionale di Francesco Brigatti”; “a Mezzomerico Il Roccolo”; ad Oleggio “la Cantina Zoina”. Dice Michele che “la lotta tra il nuovo e l'antico, tra l'arcaico e il moderno, tra il gusto contadino, dei signori di campagna, e quello cosiddetto internazionale si avverte nelle cantine, come nel territorio dove il vero a volte non è bello e il bello di certe costruzioni rifatte, di certe cantine, di alcuni luoghi di accoglienza non è vero”. Vero: ottima fotografia.

I Sapori della Terra di Mezzo
Leggetelo e nell'attesa, provate a farvi una delle ricette ritrovate da Michele. Ecco a voi lo Stracotto al vino di Ghemme: “Non c'è meglio di un brasato, di uno stufato, anzi no, di uno stracotto per sentire fino in fondo gli aromi del ghemme, il più regale dei nebbioli del Nord. Fatevi preparare dal macellaio un bel pezzo di carne da stracotto di fassona piemontese di almeno un chilo e mezzo di peso. Mettete da parte carote, cipolle e gambi di sedano tagliati grossolanamanente. Abbondate pure con le verdure, meno che con le cipolle, ne basta una. Scegliete una bottiglia di vino rosso, di ghemme, da “sacrificare” per la cottura. E un'altra uguale, magari con qualche anno in più, da bere in compagnia dello stracotto. Apritele entrambe, subito, il vino ha bisogno di aria, di ossigeno. Tutto quello che serve, o quasi, è pronto davanti a noi, possiamo procedere. Massaggiate la carne con farina, sale e pepe, fino ad infarinarla tutta. Mettete sul fuoco un tegame con un po' d'olio extravergine d'oliva e un poco di burro. Appena è caldo aggiungete le verdure e il pezzo di fassona. Giratelo da tutti i lati in modo che prenda colore. Se rischia di attaccarsi aiutatevi con appena un poco d'acqua (o di brodo, se volete essere dei veri virtuosi). Appena la carne comincia a scurirsi versate l'intera bottiglia di vino. Quando comincia a bollire portate il fuoco al minimo, mettete il coperchio e fate cuocere a fuoco bassissimo per diverse ore (almeno tre), aggiungendo poco per volta, se occorrre, del brodo. A cottura ultimata prendete il sugo e passatelo al frullatore a immersione: diventerà denso, dolce di vino, profondo, pronto ad insaporire la carne servita a fette assieme a una buona polenta appena fatta. Se non l'avete già bevuto nell'attesa, il vino da servire è il ghemme della seconda bottiglia aperta quando vi siete messi ai fornelli”. Già, la seconda bottiglia: meglio aprirne una terza…

Visite: 1695

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *