Garlasco, i video intimi e il diritto a restare umani

Come molti italiani, sto seguendo il caso di Garlasco. Anzi: lo sto seguendo in maniera un po’ distratta. Non sono un appassionato di true crime, né uno di quelli che consumano podcast e documentari sugli omicidi seriali come fossero serie Netflix.

Ogni tanto leggo qualche giallo, ma più per il contesto che per l’intreccio. Mi interessa la possibilità di viaggiare, vivere vite altrui, sbirciare dietro le porte delle case degli altri, delle province, delle università, delle famiglie apparentemente normali. Il delitto come scusa narrativa per osservare ambienti, abitudini ed anche ipocrisie sociali. E il caso di Garlasco, in fondo, è sempre stato raccontato così: la provincia tranquilla che nasconde segreti. Un tema vecchio quanto la letteratura moderna. Succede nei romanzi italiani, succede nei noir nordici ambientati in una Svezia ordinata e silenziosa dove, sotto la superficie perfetta, covano violenze e ossessioni. Succede ovunque… e la letteratura racconta con la finzione del verosimile e non la brutalità del vero.

Non so cosa potrei imparare davvero seguendo ogni dettaglio delle nuove indagini. Però una domanda continua a tornarmi in testa. È giusto che l’opinione pubblica venga messa a conoscenza di dettagli così intimi? Perché oggi, nel nuovo filone investigativo, non si parla solo di DNA, impronte e orari della morte. Si parla di video erotici. Di file trovati sul computer di Chiara Poggi. Di presunti ricatti sessuali. Di fantasie ossessive attribuite al nuovo indagato.

Qui, secondo me, si apre qualcosa di più grande del caso giudiziario. Chiara Poggi aveva ventisei anni. Era una donna adulta. Se davvero registrava video intimi con il fidanzato Alberto Stasi, dov’è lo scandalo? Molti oggi fanno sexting, registrano video, mandano foto. Prima esistevano le Polaroid nascoste nei cassetti. Cambiano gli strumenti, non gli esseri umani.

Eppure ogni volta che una vicenda giudiziaria tocca la sfera sessuale, scatta immediatamente una forma di esposizione pubblica quasi morbosa. Come se la sessualità privata di una vittima dovesse automaticamente diventare patrimonio collettivo. Non penso che raccontare questi dettagli significhi necessariamente infangare la memoria di Chiara Poggi. Solo gli stupidi possono credere che una donna venga “sporcata” dal fatto di vivere liberamente la propria intimità. Il sesso fa parte della vita, come le contraddizioni, i desideri, i vizi, le fragilità.

Del resto la storia è piena di figure enormi e contraddittorie. Pensiamo, un caso fra molti, a Carducci: da una parte il dolore devastante per la morte del figlio, dall’altra la relazione clandestina, il figlio non riconosciuto avuto dall’amante storica. Figli di serie A e figli di serie B. Per me incomprensibile. Non per questo smette di essere Carducci. Sono le incoerenze umane, lo spirito del tempo, la complessità delle persone.

E allora forse anche Chiara Poggi rischia di essere trasformata in un personaggio invece che restare una persona. La ragazza dei “video erotici”. La ragazza del “ricatto sessuale”. La ragazza dell’“ossessione”.

Magari le nuove accuse contro Andrea Sempio sono fondate. Magari davvero gli investigatori stanno seguendo una pista legata a un tentativo di ricatto o a una dinamica ossessiva. Magari sarà questa la verità processuale. Oppure no.

Io questo non lo so. Ma so che una persona morta e due persone vive — Alberto Stasi e Andrea Sempio — stanno ricevendo, ancora una volta, una nuova immagine pubblica costruita pezzo dopo pezzo davanti alle telecamere. 

E allora mi chiedo: è davvero necessario sapere tutto? Davvero certi dettagli non possono restare dentro il perimetro dell’indagine? Non si potrebbe dire semplicemente che gli investigatori seguono una pista legata a un possibile ricatto, senza entrare nei particolari più intimi?

Forse è inevitabile. Forse oggi l’informazione funziona così: ogni elemento deve essere mostrato, discusso, consumato. Le intercettazioni, i file del computer, le chat, i desideri sessuali.

Però, mentre ascolto l’ennesima ricostruzione, continuo ad avere la sensazione che ci sia qualcosa di stonato. Come se, nel bisogno continuo di raccontare tutto, finissimo per dimenticare che i protagonisti di queste storie non sono personaggi di una serie crime, ma sono esseri umani.

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