Edoardo Raspelli, cinquanta anni di critica: l’inventore severo (e contraddittorio) della gastronomia italiana

Il 10 ottobre 1975, al secondo piano di via Solferino, nel “Corriere d’Informazione” diretto da Cesare Lanza, nasceva una pagina destinata a cambiare il modo in cui gli italiani parlano di ristoranti. A firmarla era un giovane cronista di nera, Edoardo Raspelli, mandato “per ordine di servizio” a mangiare, pagare il conto e raccontare—nel bene e nel male. Da quel giorno la critica gastronomica italiana ha avuto un volto, una firma e un metodo: entrare come cliente qualsiasi, osservare tutto, dare i voti, non risparmiare le stroncature.

Il meccanismo era semplice e dirompente: forchettine per l’ambiente, stellette per la cucina, un faccino sorridente per i locali piacevoli. E, dal 13 febbraio 1976, il famigerato “Faccino Nero” al peggiore della settimana. Una rubrica che raddoppiò le vendite, scatenò querele (tutte vinte) e innescò reazioni furibonde: telefonate anonime, una corona da morto sotto casa, fino alla minaccia—seria—di Francis Turatello, boss della mala e patron di un ristorante stroncato. Il messaggio però passò: anche l’italico tempio del mangiar fuori può (e deve) essere giudicato con severità.

Quell’inizio arrivava dopo anni durissimi di cronaca: Raspelli muove i primi passi tra i delitti simbolo degli Anni di Piombo—dalla strage di Simonetta Ferrero all’assassinio del commissario Calabresi—e porta nella critica gastronomica lo sguardo ferreo del cronista: fatti, prove, riscontri. “Più che critico, cronista della gastronomia”, ama definirsi. Il suo è un giornalismo di controllo applicato alla tavola.

La carriera si allarga: “La Stampa”, “Repubblica” e i quotidiani locali del Gruppo Gedi; le guide (Gambero Rosso e soprattutto la “Guida dei Ristoranti dell’Espresso”, di cui sarà curatore e supervisore a lungo); la televisione, dove diventa volto popolare grazie a “Melaverde” e poi a “L’Italia che mi piace”. Nel 1996, su “La Stampa”, inaugura un’altra frontiera: la critica agli alberghi, con la prima sonora bocciatura al mitico Excelsior di via Veneto. Anche qui, la stessa grammatica: esperienza reale, nessun trattamento di favore, giudizi netti.

Attorno alla figura pubblica si stratificano casi e curiosità. Le querele? Oltre venti, ma tutte concluse con assoluzioni “per aver svolto correttamente il diritto-dovere di cronaca e critica”. La polizza: gusto e olfatto assicurati da Reale Mutua, “l’uomo dal palato d’oro”. L’eco internazionale: la causa civile avviata da McDonald’s nei primi anni Duemila porta il nome Raspelli sulle pagine del “Wall Street Journal”, del “Guardian”, del “New York Times”, delle grandi tv: un caso di libertà di critica che oltrepassa i confini. Nel frattempo conia lo slogan delle “3T” (Terra, Territorio, Tradizione), che diventa manifesto personale e bussola di programmi, articoli, campagne.

Dietro la celebrità—e il fisico che Raspelli non ha mai nascosto, raccontando pubblicamente diete e interventi—resta la coerenza di un giornalismo che difende prodotti, persone e luoghi. Dalle osterie ai templi gourmet, da Polesine Parmense al culatello, dai casari ai vignaioli, la sua è una narrazione che mette al centro l’Italia che lavora. Si possono discutere i toni, le iperboli e qualche giudizio tagliente, ma l’effetto collaterale è stato virtuoso: più attenzione alla qualità, più trasparenza, più diritto del consumatore ad essere informato.

Naturalmente, una figura così esposta non è mai neutrale. C’è il Raspelli attore per gioco, comparsa in film e spot, “cantante per divertimento” nei teatri e alle sagre; c’è il giudice in concorsi di bellezza; c’è l’ospite fisso di salotti tv. C’è, insomma, un personaggio che ama la scena e che della scena ha capito i codici. Ma c’è soprattutto un professionista che non ha smesso di firmare pezzi, scandagliare cucine, mettere il naso—letteralmente—dove il pubblico non può arrivare.

A cinquant’anni dall’esordio, è difficile negare a Raspelli il merito principale: aver dato dignità alla critica gastronomica in Italia, strappandola alla timidezza delle recensioni promozionali e spostandola sul terreno (più civile) della responsabilità. Nel bene e nel male, ha costretto cuochi e ristoratori a pensarsi come soggetti pubblici, chiamati a rispondere delle promesse fatte ai clienti. Se oggi leggiamo di filiere e denominazioni d’origine con naturalezza, se pretendiamo carte dei vini sensate e cotture oneste, qualcosa lo dobbiamo anche a quella pagina nata in Via Solferino.

Le mie considerazioni (esplicite)

Detto questo, non voglio edulcorare il personaggio. Per me Raspelli è sicuramente un grande—per impatto, longevità, coraggio civile—ma anche un diffusore di vizio e, a tratti, d’incultura alimentare: troppe calorie, troppo cibo, troppo grasso elevati a spettacolo. Un modello godereccio che non sempre educa alla misura. In più, l’egocentrismo e la narcisistica centralità del “critico protagonista” hanno talvolta ingombrato i piatti più dei loro profumi.

Eppure, proprio dentro questa ambivalenza sta la sua forza: eroe (anche mediatico) nel promuovere e difendere prodotti e territori, contraddittorio nel proporre un immaginario di consumo spesso sopra le righe. Un personaggio che divide e che, nel dividere, ha costretto un Paese intero a discutere di qualità, prezzo, servizio, etica della tavola. In fondo, l’essenza di ogni critica matura è qui: non accontentarsi del racconto, ma pretendere fatti; non nascondere le ombre, ma riconoscere i meriti. Con Raspelli, da cinquant’anni, siamo costretti a farlo. Anche quando ci sta indigesto. Anche quando—ammettendolo—ci ha fatto innamorare di un’Italia di Terra, Territorio e Tradizione che merita ancora di essere raccontata.

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