(ricordo di un incontro al Maggia di Stresa, maggio 2016)
Nei giorni scorsi ci ha lasciati Aimo Moroni, figura importante della cucina italiana contemporanea, fondatore insieme a Nadia del celebre ristorante “Il Luogo di Aimo e Nadia” di Milano. La notizia della sua scomparsa mi ha riportato alla memoria un incontro che considero uno dei tanti momenti intensi della mia vita professionale: la sua visita all’Istituto Alberghiero “Erminio Maggia” di Stresa, nel maggio del 2016.
Ricordo quella giornata come si ricordano certi eventi belli, in cui la scuola si trasforma — per qualche ora — in qualcosa di più di un’aula o di un laboratorio: in un luogo di incontro e di scambio poetico.
Aimo arrivò in giacca da cuoco, con accanto Nadia. Non usò toni solenni, ma si presentò con una semplice pappa al pomodoro, simbolo perfetto della sua idea di cucina: umile ma attenta, essenziale ma profonda, capace di parlare di territorio e di tradizione.
Non venne a tenere una lezione di tecnica o di carriera. Parlò invece di valori, di coerenza, di responsabilità. Disse agli studenti — e a noi docenti — che cucinare non è un mestiere come gli altri, ma un atto etico, una missione quotidiana. Quelle parole, pronunciate con voce paterna, avevano un tono quasi evangelico, ma in senso laico: non predicava una fede, ma una visione del mondo.
Aimo incarnava quella che potremmo definire una rinascimentale semplicità: l’armonia tra intelletto e mano, tra cultura e gesto, tra sapere e sapore. Ogni ingrediente, nella sua visione, era un pezzo di paesaggio, di storia, di identità. “La grande cucina non è né ricca né povera, ma buona”, amava dire. E in quella frase, che risuona ancora con limpidezza, si condensava il suo pensiero: la verità dei sapori autentici, la misura, la giustizia della semplicità.
Aimo non parlava per conquistare: insegnava senza volerlo, con la sola forza della coerenza. Guardava i ragazzi con attenzione, li ascoltava davvero, rispondeva con un sorriso che aveva la leggerezza di chi ha già capito tutto dell’essenziale. La sua presenza era un atto pedagogico in sé: discreta, limpida, coerente.
Oggi, di fronte alla sua scomparsa, torno con gratitudine a quel giorno. Non tanto per le parole — pure preziose — quanto per il clima che seppe creare: una sospensione, un momento di armonia in cui la cucina si rivelò come atto di cultura, di civiltà, di condivisione.
In un’epoca in cui tutto sembra spinto verso l’effimero, il clamore e la corsa al nuovo, la figura di Aimo Moroni resta un punto fermo. Ci ricorda che la bellezza nasce dalla verità, che la semplicità è la forma più alta dell’armonia, e che cucinare — come insegnare — significa soprattutto avere cura: delle cose, delle persone, del tempo che ci è dato.