Ci sono sere in cui il vino non serve a celebrare nulla. Non accompagna una grande cena, non incornicia un’occasione speciale, non pretende attenzione. Serve semplicemente a stare al mondo un po’ meglio. Come dice qualcuno: quando sei giù di morale di certo non ti aiuta l’insalata.
Era una di quelle sere. Caldo, stanchezza, poche energie e nessuna voglia di cucinare. Sul tavolo, un piatto di patatine fritte da friggitrice ad aria, sottoli e qualche salsa raccattata dal frigorifero. Una cena improvvisata, quasi infantile nella sua semplicità. Eppure, accanto alle patatine, due bottiglie che chiedevano di essere ascoltate. Le ho assaggiate entrambe.


Da una parte il Biancospino di Umaia, dai Colli Tortonesi (non sembra un Timorasso). Dall’altra Turnavis, vino alpino nato dall’incontro di vitigni rari e dalla sensibilità artigiana di chi continua a fare vino ai margini delle grandi denominazioni. Entrambi “orange”, come classificazione di massima.
Entrambi poi appartengono a quel mondo che oggi definiamo “naturale” per comodità, ma che in realtà parla soprattutto di scelte e di persone che accettano l’imprevedibilità, che rinunciano a molta tecnologia e che accettano che il vino conservi le sue asperità, i suoi difetti apparenti, le sue stranezze.
Il Biancospino è: “Un vino fatto coi piedi da vigne sfalciate a mano, con un vecchio aratro tirato da un cavallo. Un vino senza pesticidi, senza trattori o macchinari enologici”: si legge sull’etichetta. Ed in bocca non ti viene incontro, lo devi capire. Poi però ti piace, bicchiere dopo bicchiere. Non è male con le patatine, le salse e i sottoli.
Anche Turnavis non si concede subito. Bisogna aspettarlo. Lasciarlo aprire. E’ un vino prodotto da Granja Farm (Granja Tam). È un assemblaggio di vitigni alpini poco diffusi: Avanà, Baratuciat e Moscatello Selvatico. Questo spiega perché il vino possa avere un colore più intenso del classico bianco.
Nessuno dei due è un vino immediato. Nessuno dei due può essere definito “facile”. Eppure, proprio per la mia serata hanno funzionato. E ne ho ancora.
Sono vini da cibo. Non hanno trasformato le patatine fritte in alta cucina e non hanno cancellato la stanchezza della giornata. Hanno fatto qualcosa di più sottile: hanno reso quella stanchezza sopportabile. Ed hanno aperto ad un sonno lungo, interrotto da sogni strani. Una seduta psicologica.
Tra una patatina e l’altra, tra un peperone ripieno e una salsa piccante, i bicchieri si svuotavano lentamente. Non c’era bisogno di analizzare aromi o compilare schede di
degustazione. Bastava stare seduti e lasciare che il vino facesse il suo lavoro.
Alla fine della serata, il ricordo più nitido non era un profumo particolare o una nota gustativa precisa. Era la sensazione di essere stati in buona compagnia.
E forse è questo il complimento migliore che si possa fare a un vino: non essere memorabile per la sua perfezione, ma per il conforto che sa offrire quando la giornata ha consumato quasi tutte le energie.