Lo so, ne ho già parlato. Ma è che lui mi manca un po’: persona colta, ironica, non allineata. Avrei voluto frequentarlo di più. Ma così è andata. Però ci sono notizie che hanno la capacità di riportarti indietro nel tempo, di riaccendere ricordi, volti, conversazioni. È quello che mi è successo leggendo dell’inaugurazione dell’Antico Frantoio di Sant’Omero, prevista per il prossimo 20 giugno.
La mente è corsa subito a Gabriele Di Francesco.
Per chi lo ha conosciuto, e per chi come me ha avuto il privilegio di frequentarlo e ascoltarlo, Sant’Omero non è soltanto un paese della Val Vibrata. È uno dei luoghi che hanno contribuito a formare il suo sguardo sul mondo, il suo amore per la storia locale, la sua attenzione verso quella che oggi chiamiamo “cultura materiale”. Quando si parla di un antico frantoio restaurato, di una macina in granito, di un torchio ligneo, di muri in terra cruda o di antiche tecniche costruttive, qualcuno potrebbe vedere soltanto oggetti e manufatti. Gabriele vedeva molto di più.
Per questo motivo l’iniziativa di Sant’Omero mi sembra particolarmente evocativa. Anche se non so se l’avrebbe apprezzata nei modi e nei tempi. Era piuttosto caustico nei confronti della politica e delle amministrazioni. Comunque sia due notizie in merito: l’Antico Frantoio di Contrada Metella, risalente ai primi decenni dell’Ottocento, è stato recuperato grazie ai fondi del PNRR e diventerà un Museo dell’Olio e della Civiltà Contadina. Non un semplice contenitore di oggetti però, ma un luogo capace di raccontare una storia. La storia di un territorio che per secoli ha costruito la propria identità attraverso il lavoro della terra, l’olivicoltura, le tradizioni contadine e quei saperi tramandati di generazione in generazione.
Per questo credo che il recupero dell’Antico Frantoio rappresenti qualcosa che va oltre il pur importante restauro di un edificio storico. È la dimostrazione che la memoria può ancora diventare futuro. Che il patrimonio rurale non appartiene soltanto al passato ma può trasformarsi in occasione di conoscenza, di educazione, di turismo consapevole e di crescita culturale. E forse è proprio questo l’aspetto che più mi fa pensare a Gabriele Di Francesco.