«Ho bevuto due bicchieri di vino, non ero ubriaco». È questa, in sintesi, la linea difensiva adottata dall’onorevole Emanuele Pozzolo dopo l’incidente stradale che lo ha visto coinvolto e che avrebbe portato alla contestazione della guida in stato di ebbrezza. Ed è probabile che, dal punto di vista soggettivo, Pozzolo dica il vero. Chiunque abbia bevuto due bicchieri di vino durante una cena sa che ciò non equivale necessariamente alla sensazione di essere ubriaco. Il problema, però, è che il Codice della Strada non misura le sensazioni. Misura il tasso alcolemico. E quando quel valore supera determinati limiti, scattano conseguenze precise, indipendentemente dalla percezione che il conducente ha di sé stesso.
Se gli accertamenti confermeranno quanto emerso nelle prime ricostruzioni, il parlamentare dovrà affrontare non soltanto le sanzioni previste dalla legge (Ammenda da circa 800 a 3.200 euro. Arresto fino a 6 mesi. Sospensione della patente da 6 mesi a 1 anno), ma anche il percorso amministrativo e sanitario che spesso accompagna questi casi: sospensione della patente, visite presso la Commissione Medica Locale, esami clinici e la possibilità di ulteriori valutazioni specialistiche qualora ritenute necessarie per accertare l’idoneità alla guida.
Per molti cittadini questo iter rappresenta una delle conseguenze più pesanti della vicenda. Infatti non è tanto il costo economico, per molti comunque distruttivo, quanto la sensazione di essere sottoposti a controlli invasivi, visite, esami e verifiche che mettono in discussione la propria affidabilità. Un’esperienza che molti descrivono come mortificante, indipendentemente dal giudizio che si voglia dare sulla sua utilità.
Naturalmente la legge è uguale per tutti. Ed è giusto che lo sia. Proprio per questo la vicenda di Pozzolo offre uno spunto che va oltre il singolo episodio.Negli ultimi anni una parte significativa della politica italiana ha costruito il proprio consenso sull’idea di una giustizia severa, esemplare, inflessibile. Una giustizia che punisce, che colpisce duro, che non lascia spazio a troppe sfumature. Una richiesta spesso presentata come l’autentica «voce del popolo».
Eppure la realtà cambia prospettiva quando a trovarsi dall’altra parte della procedura non è un generico trasgressore, ma una persona in carne e ossa. Quando si scopre che dietro un verbale non c’è necessariamente un criminale, ma qualcuno che ha commesso un errore. Quando si sperimenta direttamente il peso delle sanzioni, delle visite, delle pratiche, dei controlli e dello stigma sociale che accompagna determinate contestazioni.
Per questo la vicenda potrebbe trasformarsi in qualcosa di più di una semplice notizia di cronaca. Potrebbe diventare un’occasione di riflessione. Non soltanto per Pozzolo, ma per tutti coloro che, come lui o come l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno in altri ambiti del dibattito pubblico, hanno spesso interpretato e rappresentato una domanda di giustizia prevalentemente punitiva.
La funzione della legge, in uno Stato di diritto, non dovrebbe essere quella di umiliare chi sbaglia. Dovrebbe essere quella di prevenire, correggere, responsabilizzare e, quando necessario, rieducare. Un principio che vale per chiunque: per il cittadino comune, per il parlamentare, per l’avversario politico e per il proprio elettore.
Forse è proprio quando la rigidità della macchina sanzionatoria ci riguarda personalmente che comprendiamo meglio la differenza tra vendetta e giustizia. E forse questa, al di là delle multe, delle sospensioni e delle polemiche, è la lezione più importante che una vicenda come questa può lasciare. Niente vendetta e molta presa di coscienza.