Di Passaggio a Verona

Sono stato a Vinitaly una domenica di un paio di settimane fa e, come spesso mi succede, è stata un’esperienza agrodolce.

Per anni Vinitaly ha rappresentato una parte importante della mia vita: ci andavo da giornalista, da appassionato, con amici e colleghi. Era un appuntamento fisso, fatto di incontri, di degustazioni, di volti che tornavano ogni anno. Alcuni di quei volti oggi non ci sono più, e tornare lì significa inevitabilmente fare i conti con i ricordi. Ogni angolo richiama qualcosa: una persona incontrata per caso, un episodio dimenticato, una serata passata a fumare sigari vicino alla basilica di San Zeno, una cena rumorosa, un soggiorno in un piccolo albergo nei pressi di Piazza delle Erbe…Tanto. 

Per questo, oggi, andarci è diverso. Ci vado meno volentieri e quasi solo perché accompagno o raggiungo alcuni miei allievi del settore servizi e ristorazione del Piemonte. I miei interessi, nel tempo, si sono un po’ spostati.

Devo dire però che qualcosa continua a incuriosirmi. Ho partecipato ad alcune degustazioni e, in particolare, a una organizzata dal Consorzio Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG, incentrata sui vitigni resistenti, i cosiddetti PIWI. Si tratta di varietà sviluppate per ridurre drasticamente i trattamenti in vigna, spesso grazie al lavoro di realtà come la Vivai Cooperativi Rauscedo e di diverse università.

Al di là della qualità – che mi ha colpito positivamente – ciò che ho trovato davvero interessante è stato l’approccio: l’idea di portare questi vigneti vicino a luoghi sensibili, come scuole o aree frequentate, con un’attenzione concreta alla salute pubblica. È un segnale importante. Non è chiaro se questo cambiamento parta dal basso o venga guidato dall’alto, ma in ogni caso qualcosa si muove.

Tornerò ancora a Vinitaly? Non lo so. Ogni volta che ci vado porto via con me molto più di quello che assaggio: una stratificazione di ricordi, sensazioni e pensieri che rendono quell’esperienza sempre intensa, ma mai del tutto leggera.

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